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martedì, 7 febbraio 2017

AHI LA MODA! UN PO’ DI STORIA DI IERI E DI OGGI

di Luciana Boccardi
La sfilata Gattinoni ad Altaroma

La sfilata Gattinoni ad Altaroma

Tra poco iniziano le “grandi” sfilate, quella vetrina del pret-à-porter che risulta il verbo per conoscere dove va (e come sta) la moda del prossimo autunno-inverno 2017-2018.

 

Si sono appena svolte, a Parigi e a Roma, le sfilate d’alta moda femminile (per la P/E 2017) e , a giochi conclusi, credo sia doveroso aprire un discorso (che tra l’altro è già aperto da tempo, ma disatteso) affinchè si possa scrivere un punto – e a capo – su una vicenda che pare non si voglia affrontare con fermezza e sincerità.

E’ vero che l’ ”alta moda” italiana se sfila a Parigi viene considerata , commentata, esaltata, premiata mentre se sfila in Italia è un “reperto” , un genere mummificato da snobbare anche come critica, un simulacro che parla una lingua scomparsa?

 

Nel secolo scorso, in Italia, la moda si faceva conoscere con iniziative sporadiche private : sfilate proposte singolarmente e quasi in segreto (solo per le clienti di fiducia!) dal sarto che allora non si chiamava “stilista” perché i vestiti si facevano a mano in sartoria e unico artefice del modello e della confezione era il sarto con la sua èquipe di “piccinine” che apprendevano fin da bambine il mestiere in atelier. Gli stilisti nascono con il pret-à-porter per il quale serve un designer che può anche non conoscere (come avviene oggi) il lavoro artigianale di sartoria se non con apprendimenti frettolosi e insufficienti dati dalle scuole che provvedono a fornirlo dei mezzi per produrre abiti in serie (pret-à-porter) .

 

Il sarto accompagna , accarezza con il tessuto il corpo da vestire e la moda confezionata in atelier dal sarto vero esiste ancora e si chiama “alta moda” : una definizione che ha creato e crea molta confusione tra i non addetti ai lavori , ma anche purtroppo tra gli addetti e tra alcuni commentatori mediatici che ritengono l’aggettivo “alta “ un attestato di qualità mentre invece è una indicazione di categoria artigianale, il “fatto a mano in pezzo unico, non riproducibile“.

 

Il dilagare del pret-à-porter, i prezzi imposti dal “lavoro a mano” ; il trend pubblicitario che ha reso più appetibili abiti in serie che non pezzi unici dedicati, coinvolgendo un pubblico fino allora attento solo a una moda d’atelier; la comodità di trovare l’abito pronto senza il tormentone delle prove in sartoria; un trend imposto dalla macchina pubblicitaria hanno fatto sì che nella seconda metà del Novecento iniziasse un declino dell’alta moda che possiamo comunque riscontrare in tutte le espressioni artigianali del “fatto a mano” destinato a una èlite sempre più esigua. La differenza tra “alta moda” e pret-à-porter come produzione è una questione contestuale : il pret-à-porter è un genere commerciale che racconta certamente un impegno creativo che lo stilista comunque affronta con finalità sempre commerciali: un tessuto che sia competitivo nel prezzo, una tavolozza di colori vendibile, un modello considerato con accortezze che ne consentano la riproduzione in numeri illimitati senza troppo dispendio di materiali, e che non richieda un numero di ore lavorative superiore al possibile. La collezione deve risultare un prodotto sicuro sotto il profilo mercantile.

 

L’ “alta moda “ invece racconta un vestito, una capsule, una collezione creata dal sarto (oggi chiamiamolo comunque stilista che piace di più), con finalità puramente artistiche: quel certo tessuto perché è bello, non importa quanto costi, quella forma perché piace, non importa se esige spreco di materiale nel taglio e tante ore di lavoro in sartoria, quel colore perché il guizzo artistico del creatore lo sente giusto per quel vestito, o per l’accessorio prodotto a mano. La vendibilità è un fattore relativo poiché si affida alla fiducia tra sarto e cliente, a un tam tam pubblicitario limitato a un porta a porta o a un passaparola tra clienti di altissimo prestigio.

 

Per affrontare più agevolmente il rapporto commerciale necessario alla divulgazione del pret-à-porter tra gli anni 1950-’60 nasceva a Firenze – su iniziativa di Giambattista Giorgini – la passerella comune in Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove un gruppo di creatori accorpato in un’unica manifestazione esibiva le collezioni a un pubblico di compratori di tutto il mondo e alla critica di moda che nasceva allora con diffusione internazionale. Dapprima con il nome di Pitti Donna a Firenze che declassò la fortuna del SAMIA DI Torino dove fino allora si presentava la moda pronta senza nobiltà di firme ma comunque di uguale pregio; in seguito trasferita a Milano, la rassegna di moda pret –à-porter si è popolata di firme , molte provenienti dall’alta moda e altre nascenti , destinate a conquistare la celebrità. Ovvio che uniti insieme i creatori di pret trovarono la forza di esigere aiuti economici, concessioni di location prestigiose, supporti mediatici che pervennero ora più ora meno consistenti per dare una mano a far diventare la moda italiana quello che oggi è nel mondo.

 

E l’alta moda? Le grandi clienti non erano scomparse e i sarti continuavano a creare collezioni “uniche” : alcuni avevano accorpato alla produzione di atelier anche quella di pret restando creatori nei due settori , destinati a realizzarsi in seguito solo come pret, ma con un piede fermio sull’alta moda (vedi ad esempio Gianni Versace, Giorgio Armani, Fausto Sarli, Raffaella Curiel, Camillo Bona) . Anche i sarti dell’alta moda ritennero opportuno cercare di unirsi in una manifestazione somigliante a quella per il pret – e già presente a Roma sotto l’egida dell’Ente per la Moda Italiana – e aderirono all’idea di Amos Ciabattoni che trasferì i compiti dell’Ente della Moda nella Camera della Moda Italiana , da lui fondata e presieduta per anni con la finalità specifica di valorizzare l’alta moda italiana e quindi le presentazioni delle collezioni firmate dai sarti che si rivolgevano alla clientela esclusiva allora composta da personaggi dei salotti buoni, signore in profumo di eleganza consorti di grandi imprenditori, celebrità dell’alta finanza, della politica (Vittoria Leone, moglie del presidente del Consiglio aprì la pista delle prime signore della politica in prima fila alle sfilate romane d’alta moda).

 

Ma tra il pret e l’alta moda c’era un certo attrito: “rivalità”? “invidia” dicevano i grandi sarti riferendosi ai primi grandi stilisti di pret, “senso pratico” rispondevano gli stilisti del “pronto” sottolineando l’impossibilità per l’alta moda di reggere il tetto di mercato che poteva offrire il pret. Ecco quindi gli sgambetti e i giri viziosi per garantirsi aiuti più consistenti, ecco anche una sorta di sabotaggio campanilistico messo in atto anche, forse soprattutto, dalla stampa che avallò nei confronti delle sfilate di alta moda romane una sorta di embargo che ovviamente privilegiava quelle di Firenze e poi di Milano. Per esempio far seguire le sfilate di Pitti e poi di Milano dall’esperta di moda in carica presso la testata, mentre l’alta moda – un tempo seguita dalle grandi firme del giornalismo italiano – veniva recensita nelle pagine locali. La tecnica seguiva codici precisi: alta moda : “ un modo anacronistico di produrre abiti, con spese ingentissime, lavoro artigianale che consente un vestito unico per ogni modello, esiguità degli atelier che sono andati assottigliandosi per motivi economici evidenti, senza però che i sarti accettassero mai di rinunciare a questo ramo libero della fantasia, né le clienti , principesse arabe, mogli di imprenditori miliardari in cerca di unicità” . Pret-à-porter ? la moda “che parla il linguaggio del nostro tempo”.

 

Da allora l’alta moda italiana ha dovuto subire minacce di estinzione, attacchi e critiche furibonde ad ogni uscita di calendario delle rassegne: tropo pochi i couturiers importanti, troppi nomi sconosciuti messi dentro per rinforzare il programma e i sempre più esigui bilanci, troppo costoso l’ambaradan per conservare in vita le rassegne che due volte all’anno presentano le collezioni. Salvare l’”alta moda” è un ritornello che da decenni risuona senza che nessuno si chieda come mai in Francia, a due passi da noi, l’”alta moda” esiste, viene regolarmente proposta con una manifestazione ad essa (e solo ad essa) dedicata, con un calendario, calendario sia pure ridotto nei giorni occupati e nel numero di aderenti, predisposto dalla Chambre Sindycale de la Mode nel quale figurano molte firme italiane. A Parigi tutto viene accettato e seguito dalla stampa di tutto il mondo (compresa quella italiana) e gli accusatori dell’alta moda italiana (in Italia) non esitano ad esaltare stilisti italiani in trasferta a Parigi, prima snobbati a Roma . Haute couture sì, “alta moda” no. Perché?

 

Roma a un certo punto ha ritenuto che il calendario dovesse risultare più ricco di proposte varie orientandosi soprattutto sui giovani che sono in realtà il domani della moda tutta. (Quella dei “giovani” però – indipendentemente dall’età reale – è diventata una vera e propria “categoria” senza limiti di età… che probabilmente li accompagnerà fino all’ottantesimo compleanno). E’ evidente che oltre alla necessità di potenziare l’apporto di new entries nella moda, migliorando la preparazione degli aspiranti stilisti, il supporto ai “giovani” si presta a una maggiore attenzione e a un supporto economico che non può venire negato. Per salvare l’”alta moda” si ricorre quindi alla valorizzazione dei “giovani stilisti” creando nel 2002 – con la volontà di alcuni stilisti storici, la tenacia organizzativa di Stefano Dominella e il supporto di sponsors (soprattutto quello determinante e importante della Camera di Commercio di Roma) – l’organizzazione denominata “AltaRoma” per alcuni anni presieduta e “governata” dallo stesso Dominella e oggi da Silvia Venturini Fendi. Il progetto prevedeva una serie di manifestazioni per il lancio culturale e turistico di Roma, dalla cultura urbana al cinema, all’arte, alla musica e la moda, inserita a pieno titolo con un comparto dedicato (sia pure ob torto collo) all’alta moda. Il resto del calendario veniva riservato all’exploit dei giovani stilisti con il concorso validissimo (Who is on the Next?” ) voluto da Condè Nast e AltaRoma.

 

Sempre più emarginata, l’alta moda è diventata un elemento fantasmatico, mischiato con programmi di ogni tipo, in un calendario che alterna nomi importanti di couturiers italiani famosi a rassegne anche piacevoli che parlano di moda. Si legge “AltaRoma” ma non “Alta Moda” che in Italia resta una definizione tabù. Esiste l’haute couture in Francia, con il rafforzamento di molti stilisti italiani “in trasferta”, e sulla sua validità nessuna penna usualmente demolitrice dell’alta moda accusata di essere un ramo della moda in “smobilitazione storica” osa alzare il verbo contro esaltando anzi con fiumi di parole l’opera dei bravissimi stilisti. Non accadeva invece quando gli stessi sfilavano a Roma (basterebbe il successo di Grimaldi che ha sempre presentato cose eccellenti abbastanza in sordina a Roma e oggi osannato a Parigi dove si è trasferito . Così come possiamo vantare – dopo la Fashion week romana del gennaio scorso – collezioni superbe e di altissima classe come “il sogno” presentato da Gattinoni o “i fiori “ usciti dalla penna di un poeta per gli abiti ineccepibili di Renato Balestra, e le “architetture” da indossare firmate da Sabrina Persechino). E’ la vecchia storia del “nessun profeta in patria?”

 

Meritevole di approvazione l’organizzazione “AltaRoma” si sforza di tenere viva – anche dopo i tagli letali che quest’anno hanno decimato il budget del 90% – una sorta di fashion week romana dedicata soprattutto alle new entries . Ma il piatto forte resta per gli addetti ai lavori l’alta moda sia pure limitata a poche firme di grande qualità. Forse un calendario meno nutrito di espressioni varie concentrato sui nomi che portano ancora fiato alle trombe della nostra moda, più o meno “alta”, avrebbe consentito di indirizzare le entrate esigue verso una sede meno deprimente. Certamente l’ex caserma Guido Reni – che nel gennaio scorso ha svolto il ruolo di location per la settimana della moda a Roma – dopo l’annunciata ristrutturazione programmata – diventerà una bellissima location ma quest’anno, in condizioni di totale disagio non solo estetico, si è rivelata un distretto della tristezza, fatiscente, privo di confort sotto ogni punto di vista, lontano dal clichè che contrassegna le presentazioni di moda in tutto il mondo.

 

Entrate – sia pure decurtate – ne sono state elargite e agli stilisti , giovani e no, che hanno usufruito delle sale al Guido Reni District per la loro sfilata , è stato chiesto un quantum di 12.200 Euro , comprensivi dell’uso della sala e del backstage che (lamenta un espositore) era privo anche di servizi igienici per le modelle. Quanto a zone di pausa “meditativa” o rifocillante , da segnalare il “bar”, un’area fatiscente che poteva costituire una scenografia beckettiana depressiva da “Fin de partie”. Da segnalare in positivo? La qualità delle presentazioni, l’operosità fattiva e la gentilezza confortante del personale addetto ai servizi per la stampa, per l’accoglienza, per i transfert. La prossima fashion week romana che resta una manifestazione da non sottovalutare confermerà certo l’interesse di AltaRoma per i giovani ma dovrà ricavare nel calendario uno spazio specificamente dedicato all’”Alta Moda” italiana. Se non si potrà cambiare il Guido Reni District rendiamolo uno spazio da teatro del Carnevale, mettiamogli una maschera piacevole , confortante, possibilmente divertente.

 

 

 

 

 

 

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