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martedì, 21 novembre 2017

IL DIVINO RUDOLF NUREYEV VESTIVA VERSACE, MISSONI E UNGARO

di Maria Vittoria Alfonsi
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L’appuntamento con lui, “il divino” è al Teatro Filarmonico di Verona, per le 10.30 del mattino, di una giornata estiva del 1991. Vi sono le prove del balletto “Morte a Venezia”.

 

“Il divino”…definito anche mito, carico di carisma e di sex appeal, coltissimo, ispiratore di film, romanzi e molti racconti; ma anche irascibile, scontroso, impulsivo, maleducato (soprattutto dopo una lite che – avvenuta pochi giorni prima – si disse fosse terminata con un calcio al fondo schiena del brasiliano De Almeida).

 

In jeans e camicia da uomo, una piccola borsa a tracolla con registratore, taccuino e pennarello, lo attendo con particolare curiosità. In tuta da prove, sorridente, lui arriva puntualissimo: mi stringe la mano e – per non essere disturbati – mi conduce in un angolo del retropalco, dove ci sediamo su una cassa. Dov’è il “divino-scontroso”?

 

Dopo presentazione e primi convenevoli, comincia l’intervista. Con una persona - non personaggio! – simpatica, disponibile, spiritosa, brillante. Che va oltre le domande che gli rivolgo, inarrestabile, in una lunga conversazione punteggiata da risate. Di lui, Rudolf Nureyev.

 

 

Ho sentito che ha fatto molti sacrifici, da giovanissimo, per dedicarsi alla danza.

“Non posso chiamarli sacrifici; per me danzare era la vita, necessaria come l’aria per respirare. Sacrifici…forse perchè ho dovuto aspettare 11 anni per entrare alla scuola di danza. Non posso dire grazie ai russi, a Krusciov: io, da solo, ho trovato me stesso. Sì, ho lavorato alla sera col martello presso un calzolaio, e due volte alla settimana ho insegnato danza folkloristica. Con i soldi guadagnati sono andato alla scuola, a Leningrado. Ho trascorso anche sei anni di “primavera cecoslovacca”, quando c’ era Dubcek, adesso è caduto…c’è un abisso. La danza, come certe forme dell’arte più pura, non ha età, non ha limiti. Ci si può basare più sull’interpretazione che sulla tecnica: la forza interpretativa può dare moltissimo. Un grande danzatore cinese ha fatto spettacoli straordinari fino a 85 anni…si deve possedere il fuoco, all’interno di noi: se lo si possiede, la danza funziona; altrimenti, non funziona nemmeno quando si è giovani” ( queste parole, oggi, mi fanno ricordare Soleri e il suo straordinario “Arlecchino”! n.d.a.)

 

Come lo vedono, ora, in Russia? Come l’hanno accolto, quando è tornato?

“Veramente per me, in Russia, esistono soltanto Leningrado e il Teatro Kirov, dove ho studiato. Nei ballerini che trent’anni fa hanno studiato con me, per tutto questo tempo c’è stato il dilemma: lui ha sbagliato, uscendo dalla Russia, o ha fatto bene? Un dilemma durato trent’anni…ci pensa? Finalmente li ho incontrati, e alla fine mi hanno detto: bravo! Tu hai fatto bene, hai avuto ragione: hai potuto esprimerti con la danza nel modo migliore, dappertutto”…Poverini, non sono pronti per la perestroika! Credo che anche Gorbaciov non sia preparato: ha aperto la scatola di Pandora senza la necessaria preparazione”.

 

In Russia, però, mi sembra vi sia sempre una grande cultura del balletto, forse come da noi per l’opera lirica.

Ora è un po’ decaduto: voi, con l’opera, fate operazioni culturali, di scambio, anche con altri Paesi. Ora c’è questa apertura, ma non arrivano ballerini da fuori, i coreografi sono limitati”:

 

Dicono, anche, che lei ha “reinventato” la danza.

“Non lo so! Spero di aver fatto una danza interessante, affascinante, intrigante: senza perfezione, perchè mai la si raggiunge”

 

Si parla anche di carisma, di sex appeal…

 

“Vorrei vedere qualcuno -risponde, ridendo- senza sex appeal in scena! E’ indispensabile, ce n’è bisogno. Una persona che balla in scena, che fa spettacolo, deve possederlo il sex appeal per aver presa sul pubblico”.

 

Quali consigli darebbe ai giovani danzatori d’oggi?

 

Per prima cosa vedere e provare tutto: anche se non eccellono in uno stile, possono trovare quello più consono a loro. Occorre una grande conoscenza della danza, in tutte le sue accezioni. E per un coreografo è più facile insegnare, lavorare, indirizzare”.

 

Ma anche passione, forza di volontà e quello che lei definisce “il fuoco dentro”, non è vero?

Veramente! Senza queste doti non devono avvicinarsi al teatro”

 

Pochi giorni fa era a Napoli, dove ha ottenuto un grande successo con “Cendrillon”.

 

“Sì, è andato molto bene. Peccato vi siano state poche repliche”.

 

Ora sta per andare in scena con la prima mondiale di “Morte e Venezia”. Non è molto faticoso doversi calare in brevissimo tempo da un personaggio all’altro, così diversi ?

 

“Tutto è faticoso, sempre! Ma per me è sempre molto affascinante, stimolante, interpretare personaggi così diversi; ed ora lavorare con un coreografo come Flemming Flincht, e in questi vecchi anni (Nureyev ne aveva 53! -n.d.a.) trovare ancora tanta volontà, tanto entusiasmo in me stesso”

 

Ha visto il film di Visconti?

“Oh, sì! Lo vidi alla “prima”, e lo ami molto, molto. L’ho rivisto tre mesi fa e l’ho trovato “sciupato”, non così bello come lo ricordavo”.

 

Trova differenze fra libro, film e balletto?

“Tante! Spero che noi, col balletto, si sia riusciti a trovare una piccola metafora che leghi con questa storia, interpretandola come la vedeva lo scrittore. Ed è difficile, in breve! Di ispirazione filosofica greca…Thomas Mann non amava molto gli altri….”- dice, ridendo.

 

Lei ora danza al Teatro “Filarmonico” di Verona, viene dal “S.Carlo” di Napoli, ed a quanto so andrà a Parigi. Ma io l’ho vista danzare anche in un anfiteatro come l’ ”Arena”. Quale differenza emozionale prova nell’affrontare il pubblico di un teatro, e quello di un anfiteatro?

Oh! C’è questo enorme animale -20mila persone!- che come una tigre ti soffia sul collo: affrontare il pericolo è bello. Quando ci si trova davanti a questi grandi spazi con migliaia di persone che contemporaneamente possono applaudirti o fischiarti è emozionante, ti provoca una scarica di adrenalina speciale. Sì…tornerò in Arena ad agosto con “Giulietta e Romeo”, Frigerio ne curerà la nuova scenografia. Poi andrò a Parigi…”:

 

Qual è stata la sua partner ideale?

“A vent’anni, al Kirov, avevo già ballato con 11 ballerine! Poi, a Parigi, ebbi bravissime partner…Soprattutto sono stato molto fortunato nell’incontrare Margot Fontaine: dovevamo fare una grande stagione a New York, ma avrei preferito Londra: e da Londra Margot mi telefonò, la raggiunsi subito -e siamo rimasti assieme per 16 anni”.

 

A proposito di Londra, so che è amico delle sorelle Bouvier, particolarmente di Lee.

“Ho incontrato prima Jacqueline Kennedy a New York, poi Lee a Londra, dove abitava: aveva una casa bellissima, un giardino stupendo; ero molto frequentemente suo ospite. Lei ora lavora con un grande stilista italiano: fa bene, è meglio lavorare”.

 

Lei conosce la moda italiana?

“Io compro sempre Versace, Missoni; mi piace molto Ungaro: anche se lavora in Francia è italiano, ha questo senso dei colori stupendo”,

 

Sto per rivolgergli un’altra domanda, quando mi dice “ aspetta, aspetta” (è passato al “tu”) e con un balzo, cui segue una corsa da gazzella, esce dal retropalco, lasciandomi sulla cassa che, nel frattempo, deve essere spostata dagli attrezzisti. Dopo poco minuti ritorna con una grande sacca: la apre e, non senza stupore, vedo che mi mostra alcune paia di scarpe.

 

“Vedi? Le calzature sono importantissime! Molto, molto! Ricordo che Margot si recava da un bravissimo calzolaio italiano che aveva realizzato le calzature per la Pavlova, poi per lei: bellissime, leggere; quando lui è morto lei diceva: “devo lasciare la danza, perchè non ci sono più scarpe…”. Comunque, ballò ancora. No, non ricordo come si chiamava il calzolaio; qualcosa come Angelini. Vedi, certe scarpe mi durano venti anni, se sono fatte bene, se i lacci sono buoni durano molto tempo: queste sono per “Il lago dei cigni”, queste per “La Bella Addormentata”…Le porto sempre con me, mai le lascio, nemmeno in aereo: devo essere sicuro di averle vicine, senza scarpe( le “mie” scarpe) non posso ballare”.

 

Fra i tanti costumi dei tuoi balletti quali ti hanno “vestito” non soltanto esteticamente, quali hai sentito come una seconda pelle?

“Francesca Squarciapino (moglie di Frigerio) mi ha creato bellissimi costumi. Purtroppo non ho lavorato con Lila de Nobili: è bravissima”.

 

Mi parlavi della casa di Lee Bouvier. Ma so che hai una casa a New York, una a Parigi, ed hai comprato l’Isola Li Galli (che fu di Leonide Massine) di fronte a Positano.

 

“Vivo lì, anzi provo a vivere lì perchè ancora non c’è niente di pronto! Amo molto l’Italia, la sua atmosfera mi è congeniale, mi trovo bene con gli italiani, col loro spirito. Possono anche esserci italiani cattivi, ma hanno sempre il sorriso, l’anima che palpita. E c’è il sole! E poi la grande arte: anche in un piccolo villaggio puoi trovare una bella piazza, ben proporzionata, con bei colori, e chiese con bellissime pitture: speriamo che l’Italia non cambi, che non vi costruiscano orrende case “moderne”. La costiera amalfitana è stupenda, Ma tutta l’Italia è bella, c’è sempre qualcosa da vedere, da scoprire, che ti riempie di gioia e serenità l’occhio, l’anima, il cuore”.

 

L’Italia, dal Nord al Sud è molto diversa: sia architettonicamente, quanto per i dialetti e il carattere delle persone: quale parte senti più vicina a te?

“Mi piace Roma: disorganizzata, disordinata ma grandiosa. Gli edifici sono straordinari. Ci sono bellissimi musei, quadri stupendi. Trovo che tutti hanno copiato Roma . A Parigi abito in Quai Voltaire, vicino al Louvre: vedere l’acqua della Senna mi piace, è molto distensivo”.

 

Anche Verona ti piace, con l’Adige?

 

“Sì! Abito vicino Castelvecchio; e pensa: quando ho scelto questo appartamento mi dicevo “così vedo il fiume”…ed invece, non vedo niente… però c’è calma…. Inoltre, pensavo che quando mi ritirerò dalle scene, fra venti anni, il traffico sarà ancor più caotico, orrendo (come ha indovinato!n.d.a.) , non potrò girare con l’automobile, così va bene un posto dove poter camminare, dove poter andare a piedi a teatro, nei luoghi che più amo”.

 

Grazie, Rudolf. L’intervista è terminata.

Chiudo il registratore, rimetto tutto nella borsa.

“Così presto? Ti aspetto alla prima. E poi a Parigi. Devi venire.”

 

 

Volutamente non gli chiesi della sua vita privata, della sua reale o presunta relazione “segreta” con Freddie Mercury (anche se amavo molto i Queen e Freddie,… ). E nemmeno della sua malattia, di cui si parlava: il “gossip” lo lasciavo ad altri. Purtroppo, non mi fu possibile assistere alle sue ultime rappresentazioni. Dopo più o meno 18 mesi, il 6 gennaio del ’93, Rudolf Nureyev morì a Parigi.

 

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