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Feb 22 ADDIO A MAURO BELLUGI, SIMBOLO DI LOTTA E DI CORAGGIO

di Francesco Bonfanti

Mauro Bellugi non ce l’ha fatta, e dopo mesi di calvario a 71 anni è morto all’ospedale di Niguarda a Milano. Un dolore condiviso da tutto il mondo dello sport, per quello che era stato da calciatore, ma anche e soprattutto per l’esempio che era diventato nell’ultimo periodo. Un simbolo di lotta e coraggio, di chi non vuole mollare, pronto a combattere anche la battaglia più difficile.

“O ti tagliamo le gambe oppure muori”, era iniziato tutto così, con una sentenza senza appello che i medici gli avevano messo davanti a metà novembre. L’amore per la moglie Loredana e la figlia Giada lo hanno spinto a non mollare, accettando di sottoporsi a un intervento duro e brutale, dal quale però era uscito con la grinta e il sorriso di sempre. I mesi di ospedale lo avevano sfiancato, e proprio quando sembrava il momento di uscire per proseguire con la riabilitazione è arrivata una nuova complicazione. La ferita alla gamba amputata sotto il ginocchio non guariva, il dolore non passava, e i medici si sono trovati costretti ad amputare anche quella a metà coscia, come l’altra. Un’infezione gli è poi stata fatale, troppo compromesso il quadro clinico per sperare in un altro miracolo.

Bellugi da oltre 20 anni faceva parte della squadra della trasmissione “Diretta Stadio” su 7 Gold, dove era uno dei più amati e apprezzati opinionisti. Sempre presente nelle partite della “sua” Inter, per la quale soffriva e tifava come quando era in campo. Schietto, colorito come da buon toscano di Buonconvento sapeva essere, obiettivo nelle critiche e nelle analisi.

“Con quello che ho fatto e vissuto potrei scrivere un’enciclopedia”, diceva a chi lo frequentava, tra aneddoti e racconti della sua vita da calciatore, lui che appena arrivato all’Inter si ritrovò in camera niente meno che con Tarcisio Burgnich, che si era preso il compito di tenere d’occhio quel ragazzino appena ventenne che si ritrovava nello squadrone di Angelo Moratti con personaggi del calibro di Facchetti, Guarneri, Mazzola, Suarez e Corso. Passava per scavezzacollo, meglio mettergli in marcatura un mastino come Burgnich che gli insegnasse la vita in un grande club.

Amava parlare come un fiume in piena delle storie di vita vissuta in un calcio diverso, senza social né tatuaggi, dove certe cose le ha volute raccontare 30 anni dopo. Ormai cadute in prescrizione, tra fughe rocambolesche dai ritiri scappando dal tetto dell’albergo alla passione per il polo tra Argentina e Uruguay. Ma anche i racconti di spogliatoio, le notti passate nei locali di Milano, lui “il primo in Italia a comprarsi un letto rotondo” e “a scendere dalla scaletta dell’aereo a Reggio Calabria con la pelliccia e 30 gradi”.

Dal mondo del calcio sono arrivati messaggi da tutte le parti, perché non esistevano più gli ex avversari, quelli lo erano stati solo per i 90 minuti della partita tanti anni fa. Erano diventati amici. Forse di più, fratelli di campo, di battaglie vissute con maglie diverse ma belle da ricordare. Con gli ex giocatori dell’Inter aveva mantenuto un ottimo rapporto, così come con la famiglia Moratti, che frequentava abitualmente e con cui condivideva serate e momenti privati.

Impossibile non volergli bene, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorarci insieme una perdita immensa e dolorosa.

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