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Apr 20 #CALCIOLAND-RIPARTIRE CON IL RISCHIO DEL COVID-19 E’ COME CAMMINARE SOTTO LE BOMBE

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Il calcio italiano vorrebbe ripartire. Ma non per lo spettacolo o per soddisfare la passione dei tifosi, che dopo due mesi di clausura, con malati e morti in famiglia, potrebbero anche fregarsene visto che, tanto, si giocherebbe a porte chiuse. No, il calcio vuole ripartire per motivi legati agli introiti delle società: i soldi da togliere ai giocatori senza provocare risentimenti e passaggi in tribunale; quelli dei diritti televisivi; quelli degli sponsor. Il tutto per rimetterci il meno possibile. Se poi qualche giocatore, qualche allenatore o qualche membro addetto alle squadre si prende il Covid-19, beh lo mandiamo all’ospedale e che ci pensino i medici.

Eppure, contrari alle riaprture di attività non fondamentali alla vita della Nazione (e il calcio non lo è) si sono dichiarati scienziati di fama e anche qualche presidente come il bresciano Cellino e il torinese Cairo, immediatamente accusati dal d.s. laziale, Diaconale, di sostenere la tesi del fermo sia perché già retrocesso in B (Cellino), sia per paura di finirci (Cairo). Essendo uomo di raffinata sensibilità, Diaconale non ha pensato che, magari, i due presidenti hanno parlato sì nel proprio interesse ma anche in quello dei propri giocatori. Ve l’immaginate, dopo la riapertura, un calciatore si ammala e finisce, grave, in un reparto di terapia intensiva rischiando la pelle? Ve l’immaginate quali divieti partirebbero dal Governo per annullare allenamenti, partite e ritiri anche a porte sbarrate? Vale la pena, allora, rischiare anche quando il famoso R-0 non fosse sotto l’1 o, meglio ancora, vicino alle zero?

Pur di riaprire i campi e ricominciare a giocare, non si ascoltano neppure le parole, che dovrebbero dare suggerimenti intelligenti, del commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, il quale ha dichiarato: “A Milano, tra il giugno 1940 e il maggio 1945 sono morti 2 mila civili fra bombardamenti e azioni di guerra. In due mesi, in Lombardia, sono morte 11.851 persone per il Coronavirus, cinque volte di più. Senza salute, la ripresa durerebbe un battito di ciglia”. E non si ascolta neppure il parere dello scienziato Ranieri Guerra, vicedirettore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il quale ha ammesso che in autunno “saranno inevitabili nuovi focolai”.

Fra l’altro, la ripresa dei campionati di serie A non metterebbe le venti squadre su una situazione di par condicio. Perché le squadre del Nord Italia (Juventus, Torino, Milan, Inter, Atalanta, Brescia, Verona, Genoa, Sampdoria, Udinese, Sassuolo, Parma, Bologna, Spal) che è la zona più colpita dall’epidemia di Coronavirus magari incorrendo in divieti di uscire dalle regioni di appartenenza non potrebbero giocare nei propri stadi che, anche senza spettatori, hanno riferimenti precisi per i giocatori. Mentre dovendo emigrare, questi riferimenti sparirebbero a vantaggio di chi potrebbe giocare su campi sempre conosciuti come quelli del Centro-Sud situati a Firenze, Roma, Napoli, Cagliari, Lecce.

La conclusione? La più logica sarebbe quella di stoppare il campionato alla classifica attuale, senza scudetto (perché la Juve ha già detto che in questa condizione non lo vorrebbe) designando per le coppe europee 2020-2021 le squadre dell’attuale classifica. Lasciando il campo a Coppa Italia e a Champions ed Europa League. Ogni altra soluzione è un rischio, per seguire le parole del commissario Arcuri, come quello di camminare per strada sotto un bombardamento. Assolutamente da evitare.

 

 

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