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Nov 22 COP 26: PIÙ FUMO CHE ARIA PULITA

di Carlo Sidoli

Tra bambini può succedere che uno si creda più ricco di un altro perché nel suo salvadanaio ha più monete. Da adulti, tutti sappiamo che ci sono monete che valgono più di altre e che quindi il numero non fa la differenza, in termini di ricchezza. Allora come interpretare la soddisfazione degli organizzatori della recente ventiseiesima Conferenza delle Parti (COP 26) di Glasgow quando dicono che alle conclusioni (ammesso che se ne siano raggiunte) hanno aderito ben 200 Paesi? Certo, se avessero aderito in pochi sarebbe stato un disastro, ma anche così il numero dice poco più di nulla, anzi contraddice la logica quando, ad esempio, si considera il problema delle centrali termoelettriche alimentate a carbone: si può dire che ad essersi opposte alla loro chiusura sono solo un paio di nazioni. Peccato che siano la Cina e l’India dove vive un terzo della popolazione mondiale e che, in questi tempi di crisi energetica, avviano una nuova centrale a carbone alla settimana. Purtroppo, le conclusioni di questo tipo di riunioni, elaborate in centinaia di documenti congressuali, hanno il solo effetto positivo di elencare e mettere in evidenza il numero e la complessità dei problemi (compreso quello, gravissimo, delle emissioni di metano) che riguardano il surriscaldamento del pianeta Terra e anche cosa si dovrebbe fare per contenerlo, spesso senza citare la priorità dei rimedi. Per il resto, per tornare alla logica ingenua dei bambini, le conclusioni hanno l’aspetto della letterina a Babbo Natale o a Santa Lucia; anzi, meno, perché di frequente i desideri dei bimbi sono poi soddisfatti dai genitori, mentre per il clima ci sono poche speranze. Si aggiunga il fatto, grave ma inevitabile, che gli impegni sottoscritti possono essere disdetti in qualsiasi momento, senza conseguenze (chi controlla e chi sanziona?): lo fece Trump (poi smentito da Biden), lo farebbero tranquillamente Putin e Xi, tutti convinti che l’interesse nazionale prevalga su ogni altra cosa. A proposito di emissioni di anidride carbonica, non poteva mancare la sottocommissione che riguardasse le automobili e, naturalmente, il passaggio dai motori tradizionali ai motori elettrici. Bene, si vorrebbe che costruttori e governi aderissero all’impegno di cessare la produzione di vetture con motore a combustione interna mettendo come data limite il 2035 o il 2040. E anche a questo proposito alcuni hanno firmato e altri no; ma tra i “no” ci sono nazioni come Stati Uniti, Cina e Germania e Case automobilistiche come Volkswagen, Toyota, Renault, Nissan, Hyundai e Kia. Sono decisioni che o si prendono all’unanimità o non valgono nulla, per ovvie ragioni di concorrenza sul mercato e quindi anche chi ha aderito è pronto a tirarsene fuori al primo accenno di crisi sulle vendite. A parte che l’inquinamento delle auto è marginale rispetto all’insieme del problema del surriscaldamento terrestre, non si vede perché non si debbano lasciare andare le cose come vanno. Ci sono montagne di regolamenti e restrizioni locali, le Case automobilistiche si stanno adeguando con progressività, gli utenti stanno valutando le convenienze e orientando le scelte e invece “no”: arrivano lorsignori a voler decidere quando e come i Costruttori saranno obbligati a vendere solo veicoli elettrici e lo vogliono programmare non su scala locale, ma su scala mondiale. Il famoso intento di limitare a 1,5°C l’aumento medio della temperatura rispetto a quella dell’era preindustriale, preso con gli accordi (disattesi) della Conferenza di Parigi (2015) viene confermato, ma intanto a quel limite ci si sta avvicinando rapidamente perché siamo già a quota + 1,1°C. Inoltre, se si rispettassero le “decisioni” del COP 26, si prevede comunque un + 1,8°C nel 2100. C’è una sola via d’uscita: i Paesi “ricchi” devono spingere sulle energie rinnovabili in casa loro e devono finanziare quelli “poveri” perché evolvano senza passare attraverso la fase della deforestazione e delle immissioni in atmosfera di anidride carbonica e altri “gas serra”. Intanto i 100 miliardi di dollari all’anno, promessi a Parigi, non li ha visti nessuno. In questo modo noi (forse) ce la caveremo; la prossima generazione no.

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