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Ago 03 DAL PIANETA BLU A QUELLO ROSSO

Finché si tratta di inviare oggetti e non persone nello spazio extraterrestre non ci sono dubbi: si sceglie l’itinerario che comporta il minimo di consumo di energia. È il caso delle spedizioni verso Marte: satelliti che vi ruotano intorno, sonde che si sono posate sulla superficie e veicoli che ne esplorano il territorio. Il periodo più opportuno per spedire missili verso il pianeta “vicino” consumando il minimo di energia si presenta ogni 26 mesi e dura una trentina di giorni: è la cosiddetta “finestra di lancio”, che si è appena chiusa alla fine del luglio scorso. Per la prossima circostanza opportuna occorrerà attendere fino settembre 2022. Ecco perché sono in svolgimento ben tre missioni con obiettivo l’esplorazione del Pianeta Rosso e con arrivo a destinazione previsto per il febbraio prossimo; sarebbero state quattro se la missione europea “ExoMars” non avesse subìto un rinvio. Stupisce l’assenza d’iniziative da parte di SpaceX, la compagnia spaziale di Elon Musk, che dell’esplorazione di Marte è sempre stato il più accanito sostenitore e che ha più volte espresso il desiderio di morire su questo pianeta “ma non in uno schianto”; peraltro Musk ha affermato che nel 2024 v’invierà i primi astronauti.

La prima di queste tre imprese in corso cercherà di mettere in orbita attorno a Marte un satellite artificiale destinato alle osservazioni dall’alto e allo studio della sua tenue atmosfera. L’eccezionalità dell’impresa risiede nel fatto che si tratta della prima e ambiziosa missione promossa e gestita dagli Emirati Arabi Uniti che si avvalgono di un lanciatore giapponese. In caso di successo (non per niente il nome della missione è “Hope”, cioè speranza) verrà così solennemente celebrato il cinquantesimo anniversario dell’unificazione degli Emirati e si darà il benvenuto a una nuova concorrente in quella che da tempo si definisce la “corsa spaziale”. Le altre due missioni, una cinese e una americana, intendono collocare su Marte due veicoli in grado muoversi sulla superficie e di esplorare le caratteristiche del sottosuolo tramite piccole perforazioni con prelievo di materiale. Verrebbe da dire “nulla di eccezionale” poiché una simile impresa è già avvenuta tre volte ad opera della NASA a partire dal 2004, e che un suo rover (Curiosity) è tuttora attivo e trasmette dati e immagini da otto anni, oltre ad aver percorso oltre 20 chilometri muovendosi a una velocità massima di un centinaio di metri l’ora e avere già moltiplicato per quattro la durata di funzionamento ipotizzata dai progettisti. Invece è evidente che queste imprese in corso hanno del prodigioso perché un viaggio interplanetario e, soprattutto, una “discesa frenata” comportano una percentuale di rischio dell’ordine del 50%. Se tutto andrà bene dunque, a partire dai primi mesi del prossimo anno, due nuovi “laboratori mobili” opereranno cercando di inviare nuovi dati (mediamente ci mettono una decina di minuti ad arrivare sulla Terra) utili a sciogliere i dubbi principali sulla storia del pianeta: c’è stata vita su Marte e, in caso affermativo, ce n’è ancora in qualche forma elementare?

Tra le novità del rover americano a sei ruote chiamato Perseverance, c’è quella di poter fare da base operativa a un piccolo elicottero (Ingenuity) che potrà volare al massimo per un minuto e mezzo allontanandosi di un centinaio di metri, prima di rientrare per rifare il pieno di energia: un’impresa, se consideriamo l’atmosfera rarefatta di Marte. Sulla Luna, che non ha atmosfera, ciò sarebbe impossibile. La ricaduta tecnologica delle missioni spaziali è enorme, oltre al guadagno di prestigio per chi le compie. Più discutibile, fino a sconfinare nell’utopia fantascientifica, l’idea delle missioni umane sul Pianeta Rosso. L’uomo ci andrà di sicuro da esploratore e magari vi fonderà delle colonie, ma l’idea del genere umano che si trasferisce abbandonando una Terra ormai invivibile ha dell’assurdo e trova spazio solo nei fumetti e nei romanzi di pura fantasia, come quelli di Carl Sagan, astrofisico e scrittore di fantascienza. Se l’umanità fosse in grado di vivere su un corpo celeste lontano dal Sole, che forse un tempo aveva caratteristiche simili a quelle della Terra, sarebbe anche certamente capace di impedire che questo nostro pianeta degeneri fino a diventare inabitabile.

 

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