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Apr 12 DIESELGATE IN FUORIGIOCO

di Carlo Sidoli

I vocabolari più aggiornati, a differenza di quelli stampati nel secolo scorso, spiegano che il suffisso “gate”, aggiunto a un nome, ha il significato di “scandalo”. Dall’ormai lontano 1972, quando scoppiò lo scandalo che portò alle dimissioni del presidente statunitense Richard Nixon, è d’uso prendere la parte finale del nome dell’albergo “Watergate” dove avvenne il famoso episodio di spionaggio (cioè “gate”, che in sé significa “cancello”) e “attaccarlo” in coda a una parola “chiave” e tutti capiscono cosa vuole dire. Vediamo l’applicazione più recente: tutti gli organi d’informazione hanno parlato di “sofagate” in occasione dell’incontro tra i vertici europei e il presidente turco Erdogan. Nella sala del meeting si sono seduti ai posti d’onore il presidente della Turchia e il signor Charles Michel presidente del Consiglio Europeo, mentre la signora Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, è stata lasciata in piedi e poi fatta accomodare su un sofà, distante dai due uomini. Una “gaffe” protocollare assurta a scandalo un po’ per la determinazione mediatica di esagerare sempre per fare notizia e un po’ perché è apparsa una chiara condiscendenza alle tendenze misogine dell’amministrazione turca. È di pochi giorni fa (20 marzo) la notizia che la Turchia ha deciso, con decreto presidenziale, di abbandonare la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Ad Ankara facciano come meglio credono, ma il signor Michel ha perso l’occasione di mostrare come la pensiamo noi europei evitando di fare almeno il cenno di cedere il suo posto alla von der Leyen. Il “Sofagate” euro-turco (quasi un aneddoto) è stato preceduto da tutta una serie di parole con il “gate finale” come “Winegate”, “Bridgegate”, “Deflategate”, “Skategate”, “Spygate”, eccetera. In Italia, per la verità, abbiamo un suffisso tutto nostro, legato al famoso processo milanese di “Tangentopoli” che segnò la fine di Bettino Craxi, tanto che alcuni episodi di corruzione, spionaggio e favoritismi sono stati poi definiti come “Calciopoli”, “Cementopoli”, “Vallettopoli”, eccetera. Ma per tornare ai “gate”, è certamente tra i più famosi il “Dieselgate”, esploso nel 2015 e tuttora gravido di conseguenze. La storia del software delle automobili, truccato per passare virtuosamente le omologazioni e poi sporcacciare in viaggio, che ha danneggiato la credibilità della Volkswagen, è nota a tutti. Nei vari processi che si sono svolti nei tribunali (soprattutto in USA) e all’interno della stessa Casa tedesca, chi è stato chiamato a discolparsi ha adottato, come sempre in questi casi, l’una o l’altra delle seguenti linee di difesa: “Non ne sapevo nulla”, oppure “Ho obbedito alle disposizioni dei superiori”. Nel primo caso si tratta di una tesi difficilmente sostenibile giacché persino i Costruttori automobilistici concorrenti di VW ne erano al corrente e, talora, usavano i medesimi “trucchi”, subendone le conseguenze. Nel secondo caso, si apre una questione di rilevanza morale che ha precedenti illustri; primo tra tutti il “Processo di Norimberga”. Chi obbedisce a ordini immorali (tranne il caso che li approvi e li condivida) è certamente meno colpevole di chi li dà: egli teme le conseguenze del rifiuto e le ritorsioni che gli possono compromettere il posto di lavoro e deteriorare la sua situazione economica e famigliare, ed è perciò sottoposto a una pressione psicologica enorme. Per questa ragione è opportuna una legge che lo protegga, del tipo di quella in vigore nel Regno Unito e negli USA, nota come “Whistleblowing” (letteralmente “soffiare in un fischietto”, come fa un arbitro o un vigile), recentemente oggetto di una Direttiva comunitaria europea. Non esiste un termine in italiano che renda l’idea di cosa significhi Whistleblowing, se non nel senso spregiativo e malavitoso del “fare una soffiata”. Con una tale norma, il dipendente che è al corrente di un illecito è incoraggiato a informarne un superiore o (se ne sospetta l’ostilità) la magistratura, ottenendo protezione, garanzie anti-ritorsione e addirittura un premio. Non è una norma antiaziendale: l’avesse usata a tempo opportuno un dipendente della Volkswagen le avrebbe fatto risparmiare qualche miliardo di Euro.

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