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Ott 04 IL COSTO DELLE EMISSIONI

di Carlo Sidoli

Il “ritiro dell’usato” è una operazione ormai molto diffusa in campo commerciale e significa, in parole povere, che nel prezzo d’acquisto di un nuovo prodotto è già incluso il costo dello smaltimento di quello vecchio che viene ritirato dal venditore. “Smaltimento” è inteso in senso lato: può essere che l’oggetto venga “ricondizionato” e rivenduto, oppure smontato per ricavare le parti riutilizzabili, oppure avviato semplicemente alla discarica. La vecchia automobile è un esempio classico: chi la ritira ha già in mente se potrà piazzarla sul “mercato dell’usato”, dopo averla convenientemente “ringiovanita”, oppure smontarla pezzo per pezzo e avviarne le parti migliori ai “ricambi di seconda mano”, oppure passarla direttamente al demolitore integrale che la stritolerà in quegli enormi e mostruosi macchinari tritarifiuti industriali. Dunque il valore di un oggetto (il prezzo a cui può essere venduto) contiene in sé non solo tutti i costi della sua fabbricazione (materiali, mano d’opera, progettazione, energia, eccetera) ma anche quelli della sua collocazione finale, al termine della sua possibilità di utilizzo.

Capita, ovviamente, che per certi oggetti non vi sia alcuno disposto a “ritirare l’usato”, specialmente se l’uso ha contemplato il consumo e il disfacimento dell’oggetto stesso. Gli avanzi di un pollo arrosto, a meno che non ci si trovi nella speciale e per certi versi invidiabile condizione dei contadini di una volta (che “riciclavano” tutto, con l’aiuto degli animali domestici), vengono gettati nel migliore dei casi nei raccoglitori dell’umido, ma più spesso finiscono nella spazzatura generica. Il costo del loro smaltimento ve lo ritroverete nelle tasse comunali che, ingiustamente ma inevitabilmente, graveranno anche sui vegetariani. Allora si potrebbe dire: chi ti vende il pollo arrosto ci dovrebbe caricare sopra anche la tassa  per la collocazione finale dei resti; tassa da riversare al municipio.

Ma se poi chi compra il pollo non è un residente e va a mangiarselo in un altro Comune, che dovrà smaltirlo senza averci ricavato sul prezzo di vendita? Mi rendo conto che sto trattando l’argomento in modo un po’ surreale, alla stregua di certi personaggi come il sig. Veneranda (di Carletto Manzoni), Strarompi (Paolo Panelli) o Furio (Carlo Verdone). Più seriamente, molti prodotti sia nel loro utilizzo che nella loro fabbricazione generano un “rifiuto speciale” particolare e impalpabile che si chiama inquinamento atmosferico, il cui costo di “smaltimento” (cioè di eliminazione) non è mai stato preso in considerazione nei secoli passati perché ci pensava la natura ad azzerarlo, sovrabbondando con i suoi doni gratuiti; stesso discorso vale per l’inquinamento delle acque e dei terreni. È parere comune degli esperti che sia da combattere soprattutto l’anidride carbonica (CO2) immessa nell’aria, prodotto inevitabile di tanti procedimenti lavorativi e più in generale della combustione; e chi più ne emette più dovrebbe vedere il prezzo dei propri prodotti gravato del costo dei danni che essa (la CO2) reca al clima, (la Carbon Tax).

Sappiamo tutti che ciò non avviene perché ci sono Paesi che basano il successo della loro attività commerciale proprio sull’evitare di spendere per mantenere l’aria “pulita”, oltre che sottopagando la mano d’opera.  Al lato pratico e paradossalmente, l’Occidente acquista, tra l’altro, materiale ecologico per produrre “energia verde” a prezzi convenienti (come pannelli fotovoltaici) dalla Cina, dove questo viene realizzato usando “energia nera”(se vogliamo abbinarle un colore) prodotta dalle centrali a carbone, che sono fonti massime di emissione di anidride carbonica. Per inciso, il gigante asiatico tiene in pugno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per cui si spiegano certe reticenze in campo sanitario. Sono problemi risolvibili solo con accordi commerciali internazionali molto difficili da raggiungere e da mantenere, anche perché devono prevedere la possibilità di ispezioni in loco, quasi impossibili dal momento che la produzione di energia ha sovente un valore strategico, legato a interessi di tipo militare, vedi ad esempio nel campo del nucleare.

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