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Gen 07 IL TEMPO STRINGE

di Carlo Sidoli

Questa generazione ha buone probabilità di assistere alla fine del mondo. Quella successiva, se ci sarà, di probabilità ne avrà di ottime (per così dire, “ossimoreggiando”). Naturalmente s’intende come fine del mondo l’estinzione del genere umano. La Terra sopravvivrà, come pianeta; potrebbe diventare simile a Marte, dove qualcuno dice che una volta c’era la vita e più di uno ci si vuole trasferire per cominciare una nuova vita. Per tanti anni abbiamo vissuto sotto l’incubo di una possibile estinzione imminente causata da una guerra termonucleare tra superpotenze, finché è diventato molto probabile che nessuna di loro possa sferrare il primo colpo e sperare che l’altra non abbia le risorse per reagire: sarebbe un’ecatombe che non conviene a nessuno (si definisce ”equilibrio del terrore”). Il pericolo attuale si chiama “inquinamento ed esaurimento delle risorse” e in pratica vuole dire che le dinamiche che sono in grado di garantire il rinnovarsi della vita biologica vengono a mancare per degrado o per esaurimento. Come un veicolo in corsa che è destinato a fermarsi se vengono a mancare la manutenzione o i rifornimenti. Senza cambiamenti sostanziali si possono anche prevedere il giorno e l’ora della fine del mondo: un orologio sul frontespizio di un palazzo di New York segna quanto manca alla data fatale, ed è poco più di sette anni. Non si tratta che di un’ipotesi, basata sul riscaldamento globale da “effetto serra”, e comunque non vuol dire che tra dieci anni la vita sarà scomparsa dal pianeta. Vuole dire che, così come stanno andando le cose, tra poco più di sette anni il degrado della Terra diventerà irreversibile: per quanto si potrà fare, non ci sarà modo di porre rimedio e ci si avvierà all’estinzione. Se invece, nel frattempo, le attività umane cambiassero, nel senso di consumare di meno (ridurre gli sprechi e i rifiuti) emettere meno inquinanti, proteggere e aumentare le aree verdi, puntare sulle risorse rinnovabili, ecco che quella data segnata dall’orologio di New York si sposterebbe più in là. È possibile e si sta agendo in tal senso? Osserviamo l’andamento da un altro punto di vista che conferma l’emergenza ma che anche alimenta le speranze. L’”overshoot day” è la data in cui l’umanità consuma tutte le riserve biologiche che la Terra è in grado di produrre in un anno. Prima del 1970 questa data non esisteva: gli uomini consumavano meno di quello che la natura produceva. D’allora in poi, sempre più drammaticamente, è accaduto che a dicembre e poi a novembre (1980) e poi a ottobre (2000) e poi a settembre (2004) la produzione biologica annuale del pianeta fosse già consumata e si dovesse attingere alle riserve lasciate dai secoli precedenti. Col crescere della coscienza ecologica, il limite (assai grave) raggiunto nel 2010, cioè agosto, si è quasi stabilizzato: nell’ultimo decennio, ogni anno in circa sette mesi consumiamo tutto e nei restanti cinque mesi deprediamo le riserve, che non sono certo infinite.  Quest’anno, complice il COVID 19 che ha rallentato i consumi (cioè grazie al “lockdown”) e grazie all’impegno sulle “rinnovabili”, l’umanità ha recuperato quasi un mese, scendendo ai livelli del 2008.  Va ancora male, molto male (consumiamo sempre il 60% in più di quello che la Terra offre), ma non malissimo, se sapremo cogliere le giuste indicazioni su come procedere per il futuro. Prendiamo come esempio (improprio ma significativo) un tipo di consumo alimentare: è come se ogni anno mangiassimo più pesce di quello che nasce. In altri termini mangiamo (e buttiamo via come scarto) tutto il pesce “nuovo” e una buona parte di quello che è nato negli anni precedenti; tra non molto saremmo tutti carnivori o vegetariani. Se non che lo stesso accade con gli animali e con i vegetali e con ogni altra risorsa biologica e persino con l’acqua potabile, la cui scarsità è già un problema planetario. Occorre dunque cambiare rapidamente e non solo; occorre fare pulizia e riqualificare le tante aree degradate. Per dirne una urgente: nell’oceano Pacifico galleggia un’isola grande tre volte la Francia fatta di rifiuti plastici che, attraverso la fauna marina, finiscono sulle tavole imbandite.

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