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Mar 16 IN AUTO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Collaboratore

Qualche giorno fa, in piena emergenza Coronavirus, mi sono messo in macchina e ho cominciato a viaggiare nei dintorni del paese ove risiedo. C’era pochissimo traffico e non ho incontrato nessuna pattuglia delle forze dell’ordine che mi fermasse per chiedermi dove ero diretto e perché. L’avessero fatto, mi sarei “autocertificato” affermando che ero in cerca di una qualsiasi farmacia dove acquistare le “mascherine”, merce introvabile dalle mie parti. Penso che, con riferimento alle ordinanze governative, il materiale sanitario in questione si possa ben definire “di prima necessità” e quindi tale da giustificare la mia “evasione” dal territorio comunale. A un certo punto del mio girovagare, ai margini della strada, in un luogo a pochi metri dalla fermata della corriera, c’era una persona che faceva l’autostop; una sola, mentre di solito, in tempi normali, sono parecchie (specialmente studenti che tornano a casa dopo le lezioni) che aspettano qualche conoscente o qualche automobilista di buona volontà che dia loro un passaggio per arrivare a casa prima o per risparmiare i soldi della corsa.

Ora le scuole sono chiuse e la gente non esce di casa; ma una persona c’era e aveva bisogno che qualcuno in macchina diretto nel verso giusto la prendesse a bordo. Solitamente io non lo faccio (perché oggigiorno non c’è da fidarsi), a meno che non scorga un conoscente o una persona debole in chiaro affanno. Non l’ho fatto neppure questa volta ma mi è spiaciuto più del solito, perché oggi, alla consueta prudenza e diffidenza verso gli sconosciuti s’è aggiunta la paura della contaminazione: prima potevi essere un ladro, un malvagio, un balordo ma oggi, caro sconosciuto e pur sempre mio prossimo bisognoso, potresti essere un appestato, un untore. Ecco a cosa ci ha portato (tra l’altro) questo maledetto morbo Coronavirus insidioso, diffuso e mortale. Ci ha tolto le libertà fondamentali che sono alla base dei diritti costituzionali e le stesse strutture sociali che ce le dovrebbero garantire (governo, magistratura) sono oggi costrette a privarcene con la forza, pena le multe e la detenzione: siamo tutti agli arresti domiciliari. Sono abolite la libertà di movimento e quella di radunarsi, neppure ci si può più salutare come si faceva una volta e non ci sono eccezioni. Sotto le più feroci dittature almeno i capi e i loro più stretti collaboratori si ritenevano esenti dall’osservanza di certe regole (da loro stessi imposte) ma oggi non è così; molti famosi ed eminenti personaggi della politica, dello sport, dello spettacolo e persino della medicina hanno contratto la malattia (alcuni di questi ultimi sono morti, direi da eroi). Mentre riflettevo amaramente su queste cose mi è capitato di vedere esposte ai balconi delle tele dove si poteva leggere un incoraggiante “Ce la faremo”; ve lo auguro e me lo auguro. Ad altri balconi le tele esposte avevano scritto invece “Andrà tutto bene”, che probabilmente intende significare la stessa cosa, ma invero mi sembra fuori luogo. Non metto in dubbio che anche questo tipo di esternazione voglia essere un messaggio di speranza ma la realtà è che, comunque vada a finire, sarà andata molto, ma molto male. Ammesso di farcela e ammesso che questa epidemia di Covid-19 (ora pandemia) abbia una fine prossima, vadano a raccontarla a chi ha perso qualche persona cara che alla fine “è andato tutto bene” e vedranno come la pensa. Anche se il premier inglese conservatore Boris Johnson ha volutamente assunto un atteggiamento drammatico che lo collegasse al suo ben più famoso predecessore Winston Churchill, ai tempi della seconda guerra mondiale (quando la Gran Bretagna era rimasta sola a resistere alla Germania di Hitler), resta il fatto che le “lacrime da piangere per la perdita dei nostri cari” che egli ha evocato  sono una realtà prossima e probabile di cui conviene tener conto. Non finirà a “tarallucci e vino” e le nostre abitudini e il nostro modo di vivere avranno un diaframma storico di “prima” e “dopo” il Coronavirus.

 

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