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Set 13 INTERESSI PARTICOLARI

di Carlo Sidoli

Oltre al disporre di una grande quantità di denaro, cosa accomuna Jeff Bezos, Elon Musk e Bill Gates ad alcuni altri ricchi imprenditori del passato, come Heinrich Schliemann di cui, all’inizio dell’anno prossimo, si celebrerà il bicentenario della nascita? Certamente la molteplicità degli interessi che li ha portati a operare in campi talora molto diversi, impegnandovi risorse ingenti anche senza tornaconto. Schliemann si arricchì commerciando oro in California, fornendo armi e vettovaglie all’esercito russo (e persino al contingente piemontese) durante la guerra di Crimea, e infine si dedicò alla sua vera passione, che era l’archeologia; significativamente chiamò i suoi due figli Andromaca e Agamennone. La sua fama è legata alla scoperta delle città di Troia, tutte a mura concentriche: furono nove, costruite una sopra i resti dell’altra, tra cui quella cantata da Omero, che fu la seconda in ordine di antichità e risale agli anni 2500-2000 avanti Cristo. Ma venendo ai nostri giorni, è noto a tutti che Elon Musk s’impegna in molti campi, di cui i principali sono le automobili elettriche (Tesla) e le imprese aerospaziali (SpaceX). Nel frattempo, il magnate sudafricano naturalizzato statunitense dà sfogo alla sua fantasia progettando tunnel metropolitani (Los Angeles), occupandosi di problemi idrici (Città del Capo), maneggiando sciocchezzuole come i lanciafiamme da barbecue. La sua momentanea assenza dalla ribalta della cronaca può riservarci qualsiasi tipo di sorpresa. Bill Gates, il magnate dell’informatica fondatore di Microsoft Corporation, è noto per le sue iniziative filantropiche ma viene pure criticato per una certa spregiudicatezza nelle passate attività commerciali. Alcuni “complottisti” (qui nella variante “retroscenisti”), la cui specialità è diffondere “bufale” spacciandole per certezze, lo additano addirittura come inventore e spargitore del Covid 19, su cui lucrerebbe grazie alle vendite dei vaccini prodotti dalle sue case farmaceutiche. Invece, Gates è un appassionato di problemi ecologici e finanzierà la costruzione in Wyoming (USA) della più avanzata delle centrali nucleari del tipo “a fissione” in grado di ridurre i costi dell’energia e di limitare le scorie radioattive. Nondimeno egli è interessato e sostiene la ricerca sui reattori “a fusione” che, replicando le reazioni nucleari che avvengono nelle stelle, sarebbero la soluzione definitiva al problema dell’energia pulita e inesauribile. Questo “hobby” atomico (il denaro profuso in questa attività non prevede certo un “rientro” a breve termine) è condiviso da Jeff Bezos, fondatore e presidente della più grande impresa di distribuzione (Amazon) e proprietario del Washington Post. Egli è un po’ l’ombra di Elon Musk con cui gareggia per il titolo di “uomo più ricco del mondo” (per quel che vale e Gates permettendo). Possiede anche lui una società aerospaziale (Blue Origin) ma non così importante come SpaceX; ha collaudato personalmente il viaggio suborbitale, ma si è fatto precedere di qualche giorno dal miliardario britannico Richard Branson, anche lui proprietario di un’impresa aerospaziale (Virgin Galactic). Entrambi poi si fanno spacciare per i primi astronauti “civili” quando, in realtà, venti anni fa l’imprenditore americano Dennis Tito, allora sessantenne e tuttora in buona salute, passò otto giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale ISS, pagando ai russi per viaggio (andata e ritorno) vitto e alloggio ben 20 milioni di dollari. Jeff Bezos dunque è attratto dalla fusione nucleare e finanzia la costruzione di un reattore-prototipo in Gran Bretagna, vicino a Oxford, da realizzare nel breve periodo di tre anni. Della fusione nucleare se ne parla e ci si lavora da oltre settanta anni ma solo ultimamente si sono raggiunti risultati incoraggianti che consistono nella realizzazione di temperature pari al doppio di quelle del sole con generazione di energia elettrica per 30 minuti (reattore Weldestein, in Germania) e soprattutto nell’approssimarsi al “breakeven” (punto di pareggio): nel laboratorio di Livermore, (California, USA) l’energia generata dalla reazione non è stata mai così vicina (70%) a quella necessaria per innescare la reazione stessa.

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