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Ott 18 LA CINA E’ TROPPO VINCINA

di Carlo Sidoli

Il rallentamento dell’economia cinese, che mi auguro sia temporaneo per le ragioni che vedremo, si è verificato e se ne sono avvertite le conseguenze sia al suo interno che nel resto del mondo. Le mancate esportazioni di apparecchiature elettroniche, specie nella componentistica delle automobili, hanno riempito i piazzali delle fabbriche europee di veicoli incompleti: ci si era fatta l’abitudine a non tenere scorte e magazzini, contando su un flusso continuo.

Naturalmente, la prima causa è da imputare al Coronavirus, che con il conseguente lockdown ha svuotato le fabbriche di lavoratori interrompendo la produzione. Poi è seguita, ed è ancora in corso, la crisi energetica perché le centrali cinesi non ricevono forniture, specie di carbone che è ancora il prodotto primario (inquinante). Se ne può dare la colpa alle condizioni atmosferiche particolarmente sfavorevoli nelle zone delle miniere cinesi, ma anche alla politica delle importazioni dall’estero. Pechino ha interrotto o fortemente ridotto le importazioni di carbone dall’Australia (suo principale fornitore) ufficialmente per obiezioni sulla qualità del prodotto, ma è chiaro che ci sono ben altri motivi, tra cui le accuse di Canberra alle autorità cinesi sulla origine e gestione della pandemia e la critica alla politica espansionistica, che si è dimostrata con l’inglobamento di Hong Kong, e prosegue con le ripetute pretese di “ricongiungere l’isola di Taiwan (già Formosa: la bella) alla madrepatria”.

In pratica, a noi europei pare di scorgere il maturare di un assetto politico-geografico che ha qualcosa di simile alla “cortina di ferro”, che ci ha angustiato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni ottanta del secolo scorso. Sicuramente gli Stati Uniti e i loro alleati (Australia in primis, ma anche il Giappone) non intendono dare corda (se non per impiccarsi) alla politica territoriale espansionistica, memori di quanto accadde in Europa con “lo spazio vitale” di hitleriana memoria e i cedimenti di Chamberlain e soci. Dalla Russia non viene una mano perché il presidente Putin, (a torto o a ragione) ha soffiato la Crimea all’Ucraina e quindi ritiene le pretese di Pechino su Formosa più che giustificate.  Sta di fatto che l’aggressività della Cina nei confronti di Taiwan sta progressivamente aumentando, con sconfinamenti delle forze navali e sorvoli di jet militari in aree non autorizzate.

Nel migliore dei casi potrebbe verificarsi una situazione di stallo, o di “equilibrio del terrore” come quella già in corso da decenni, sempre in Asia, tra le due Coree. Con la differenza che il continente asiatico e l’isola pretesa sono separati da un paio di centinaia di chilometri di mare, il che consente una difesa che finora ha scoraggiato eventuali tentativi di invasione.

Certo è che, anche questa volta, il fatto che da un conflitto atomico nessuno uscirebbe vincitore fa prevalere la prudenza. Non c’è da augurasi che i rapporti commerciali tra Oriente e Occidente degenerino, perché potrebbero essere proprio le difficoltà interne a spingere la dirigenza cinese a tentare l’avventura e cavalcare l’onda patriottica: lo fece l’Argentina in crisi interna a proposito delle isole Falkland-Malvine, anch’esse rivendicate (alla Gran Bretagna) come parte integrante del territorio nazionale. Comunque, il frettoloso e inglorioso ritiro degli Alleati dall’Afganistan potrebbe anche significare che gli Stati Uniti  non vogliono trovarsi impegnati su due fronti contemporaneamente. Insomma si avverte in Europa, e in particolare in Germania, una sorta di ripensamento sulla convenienza delle allocazioni e una propensione a sviluppare in patria alcune attività che in passato è sembrato molto conveniente situare in Cina: costa di più, ma si corrono meno rischi. In quest’ottica i recenti investimenti di Tesla, che ha impiantato una giga-fattoria nel Brandeburgo, a Est di Berlino (comune di Gruenheide), sono una iniezione di fiducia nella capacità produttiva della vecchia Europa. Si fabbricheranno 500.000 vetture elettriche all’anno impiegando circa 10.000 lavoratori e si utilizzeranno batterie prodotte nella stessa struttura. 

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