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Apr 14 La morte di  Jacques Calvet, un” grand patron”

Collaboratore
La prima volta ho incontrato Jacques Calvet, a Parigi, accompagnata da Walter Brugnotti, il pr di Citroen Italia, per intervistarlo. Ricordo la paura, visto che il  personaggio aveva fama di essere duro e burbero. Entrata nel suo ufficio monacale, al sesto piano di Avenue de la  Grand Armée, lo vidi seduto dietro ad una scrivania piccolissima, dove a mala pena riuscivo ad appoggiare il mio blocco. Di fronte solo una sedia, nell’angolo un appendiabiti con il suo cappotto. Lo osservavo, vestito come un uomo d’altri tempi, con il gilet sotto la giacca, mentre mi riceveva con un elegante baciamano. Alla fine del colloquio mi diede il suo numero di telefono, dicendomi che, ogni volta fossi stata a Parigi, avrei dovuto chiamarlo. Iniziarono così conversazioni sempre meno formali, sapeva essere diretto ma anche molto umano, si scioglieva in confidenze, memorabili erano i suoi attacchi ai  costruttori giapponesi, ai manager di case concorrenti ( leggi  il presidente di Renault Raymond Levy), ai politici, compreso il presidente della Repubblica francese di allora,  Francois Mitterand.
Aveva invece in grande considerazione  Vittorio Ghidella, l’amministratore delegato di Fiat e un ossequioso rispetto per Gianni Agnelli, l’Avvocato.  Calvet  prese le redini di Peugeot nel 1982, quando la società  era in una situazione fallimentare dopo l’acquisizione, nel 1978,  della Chrysler Europa. Le nostre chiacchierate finivano sempre, dopo aver analizzato mercati e modelli, in un interrogatorio su Fiat. Un giorno gli chiesi “ ma lei vuole legarsi a Torino?”, scoppiò a ridere “ ha scoperto il mio piano”. Parlava con Ghidella senza avere l’audacia di affrontare Romiti o l’Avvocato perché considerava come  suo omologo, solo  l’amministratore delegato: “ sono i Peugeot che devono interagire con gli Agnelli”. L’inizio di una love story che arriva ai giorni nostri.  E’ stato il primo manager-padrone che ho conosciuto, amava l’azienda come fosse sua, con un rigore calvinista, si fidava di pochissime persone, ascoltava unicamente il parere di sua moglie Francoise che entrava, senza bussare, nella  stanza e iniziavano a discutere di figli, come una coppia qualsiasi. Lei usciva strizzandomi l’occhio, con una complicità femminile, come per dirmi “l’ho sistemato”. Lui, al contrario, come molti padri, aveva un conflitto aperto con i due figli maschi e, controllando che la porta fosse ben chiusa, mi sussurrava  “ lei lo sa che i figli sono della mamma!”. Era un matrimonio solidissimo, al sabato andavano a fare la spesa insieme, un modo per essere ancorato alla vita quotidiana, tanto che più di una volta  Calvet mi confidò “ devo fare auto belle e di qualità ma che i miei operai possano acquistare, so quanto costa la baguette”. Lui  consultava  Francoise per scegliere anche alcuni particolari delle auto in gestazione, quando partivano per il week end nella loro casa, in Normandia, era lei a sedersi al posto di guida “ é più brava di me”.
Francoise aveva tessuto intorno a suo marito una rete di protezione, vivevano discretamente, in un appartamento  in Avenue Victor Hugo, come molte famiglie della buona borghesia  di Parigi , vicino all’ufficio. Quando  i terroristi , alla fine degli anni 80, iniziarono ad uccidere i capi delle aziende ( tra cui George Besse di Renault) lei lo accompagnava e lo andava a prendere con la sua Peugeot 205, per proteggerlo, Calvet entrava da una porta secondaria, nascosto in mezzo agli impiegati. Quando lasciò, nel 1997, dopo 15 anni, la società in condizioni economiche eccellenti, con una popolarità che dava fastidio al padrone, soffrì moltissimo, sperava che i Peugeot l’avrebbero trattenuto almeno nel consiglio di amministrazione. Corsi e ricorsi che ho dovuto rivivere. Ci siamo ancora incontrati, per diverso tempo,  nel suo studio, in una  strada laterale  di Avenue Grande Armée, dalla finestra si vedeva la sede di Peugeot.  Entrò in diversi consigli di amministrazione, aveva pensato di passare anche alla politica, riconoscendo, però,  di essere troppo poco diplomatico per  affrontare quella carriera. Il suo rifugio divenne  la casa sul mare, dove coltivava le rose.
Ho rivisto la  sua figura in  Sergio Marchionne, anche lui dirigente  onnipresente e onnipotente, pur con caratteri completamente differenti. Entrambi avevano intuito nella fusione delle loro società la soluzione futura, non ci sono riusciti e dopo di loro, chi li ha sostituiti, non é stato in grado di far alcun progetto  di lungo periodo, lasciando, nel 2014,  a Carlos Tavares, l’attuale amministratore delegato di Psa, una situazione economica decisamente compromessa. Tavares  ha avuto per  Calvet  parole di profonda stima” era un imprenditore visionario che ha trasformato  il gruppo in un grande costruttore di automobili. Dobbiamo rendere omaggio  a un capitano d’industria dotato di raro coraggio  e di  forte determinazione che deve ispirarci”. La fusione di Psa e Fca è ora nelle sue mani.
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