Moda

Ott 05 L’INCLUSIONE NON E’ UNA MODA

di Cristiana Schieppati

E’ finito il “fashion month” , la prima grande stagione dopo la pandemia che ha riportato a 360 gradi tutti gli operatori al centro della scena. Un mese ricco di eventi e di sfilate caratterizzate da un comune denominatore, una parola che è stata pronunciata in tutte le lingue: INCLUSIONE.

Un termine che se prima era semplicemente considerato dagli addetti ai lavori con il significato di “inclusione nella lista degli invitati” oggi, in ambito sociale, assume un significato del tutto particolare, ossia sentirsi accolti e non esclusi. In sostanza inclusione sociale significa eliminare qualsiasi forma di discriminazione all’interno di una società, ma sempre nel rispetto della diversità.

Un argomento delicato che non va trattato con superficialità e che, a mio avviso, non deve essere considerato “di moda”. Troppo spesso ho sentito questa parola abusata nei comunicati stampa, nelle conversazioni ai tavoli delle cene stellate, nei discorsi di chi ha raccontato i suoi progetti per strappare un applauso.

Ho pensato a come ho vissuto questi 25 da persona che lavora all’interno di una realtà che da sempre agglomera culture, razze, religioni e modi di vivere la sessualità diversi.  Chi lavora in questo mondo ha da sempre avuto una visione aperta su molti aspetti, ma allo stesso modo ha chiuso le porte per molto tempo a corpi non conformi alla taglia 36, a disabilità ed anche alla gente comune che, volutamente, veniva lasciata fuori da sfilate ed eventi per preservarne l’esclusività e il desiderio e anche perché non appartenenti ad una certa classe sociale. 

Pian piano ci si è mossi per creare meno diverbio tra la trilogia “moda-bellezza-lusso” e “curvy-diversità–fuori lista”, dando la possibilità a tutti di accedere ad un mondo nato selettivo. Molte in questa edizione le sfilate aperte al pubblico come Moncler o Diesel.

Come ha fatto notare Michelle Francine Ngonmo presidente dell’ Afro Fashion Association durante la premiazione dei Fashion Community Awards CHI E’ CHI AWARDS “ Per i designer emergenti afro nativi, per fargli credere di poter avere un posto in questo mondo è importante avere una figura di riferimento che dimostri che ce la possono fare e raggiungere gli stessi livelli”.  Ma il nostro paese è davvero pronto a tematiche così moderne? L’Italia è un paese multiculturale?  Siamo come la Francia o l’Inghilterra dove per le strade non esiste distinzione di razza ma solo il popolo francese o inglese? Abbiamo una cultura aperta o siamo una popolazione dove la maggioranza delle persone vive il mondo solo attraverso i social? Noi eleviamo calciatori (solo se vincenti) o tiktoker di colore convinti che sia sufficiente a farci sentire una popolazione evoluta.   La nostra storia, così diversa, sta sviluppando solo oggi nuove generazioni di lavoratori internazionali, non abbiamo avuto colonie e spesso chi sbarca nel nostro paese migra immediatamente verso altre nazioni dove non solo si sentono più integrati, ma soprattutto hanno maggiori opportunità di accesso a lavori che gli consentano di vivere dignitosamente.  Gli italiani sono stati divisi tra di loro per anni, nord e sud, siamo stati razzisti della nostra stessa specie.  In meridione sono stati costretti ad emigrare negli Stati Uniti, in Germania, in Francia perché qui non esistevano possibilità di lavoro. 

Tutto questo per dirvi che,  a mio avviso, prima di parlare di inclusione come nuovo trend della stagione, bisognerebbe analizzare meglio il tema dell’accettazione di se stessi, di come le proprie diversità siano prima di tutto accolte da noi senza pretendere che gli altri ci accolgano a braccia aperte solo perché è di moda.  Sentirsi diversi significa pensare che qualcosa in noi non è conforme alle aspettative degli altri, a volte siamo noi per primi a pensare che non andiamo bene  e ci sentiamo a disagio.

Guardando la sfilata di Gucci Twinsburg, dove hanno sfilato 68 coppie di gemelli,  l’emozione è stata quella di vedere prendersi per mano persone uguali ma con delle impercettibili differenze che li rendono unici. Perchè anche nell’uguaglianza si tende a ricercare il difetto, l’imperfezione, la differenza che ci rende unici. Quel gesto di prendersi per mano è il primo passo per il cambiamento, per smettere di sentirsi gli uni diversi dagli altri. Accogliere ed accogliersi.  

E per finire vorrei lasciarvi con l’immagine di un corpo nudo, quello di Bella Hadid alla sfilata di Coperni a Parigi. Su di lei è stato creato un abito che si è formato sul suo corpo grazie ad un tessuto spray risultato di una ricerca tecnologica, una performance che ha stupito tutti ma che mi ha fatto riflettere su come l’abito sia parte del nostro corpo, si debba adattare alle nostre curve, ai nostri movimenti, addirittura al nostro respiro. Non sarebbe bello se anche agli occhi del mondo fossimo visti così, con un abito adattato a noi, unico perché fatto su di noi che evidenzi imperfezioni e bellezza, che ci lasci anche l’anima e non ci costringe a uniformarsi  in  quello che vuole la nostra società?

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