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Mag 09 MIAMI: LA FORMULA 1 ALL’AMERICANA

di Paolo Ciccarone

La F.1 alla guerra delle mutande. A Miami non è passata inosservata la polemica a distanza fra la FIA, la federazione internazionale, e i piloti in merito all’abbigliamento obbligatorio da indossare in gara. Vietati piercing, collane e orologi e indumenti intimi non omologati contro il fuoco. La norma esiste da tempo e la conoscono tutti i piloti che scendono in pista, non solo in F.1. Quindi un qualcosa che si sa, si conosce e che è stato ribadito dai direttori di gara dei GP. Ma allora perché i piloti, in testa Hamilton e Vettel, hanno inscenato una protesta silenziosa e anche ironica? Lewis si è presentato con sei orologi, dodici collanine e diciotto piercing (esagerato il concetto ma era per far capire come ha provocato), Vettel ha indossato un paio di mutande grigie sulla tuta verde Aston Martin, in chiara polemica con la circolare della federazione che impone due gare per adeguarsi, pena sanzioni ai piloti disobbedienti. Se esiste una norma, va rispettata: perché allora i piloti protestano? Perché dietro c’è altro, qualcosa che potrebbe esplodere da un momento all’altro e che vede due fronti contrapposti e in guerra fra loro. La F.1 è gestita da un promoter americano che ha vari interessi e attività nell’ambito comunicazione, comprese catene TV, giornali e altre amenità. La gestione del mondiale deve portare soldi e per questo il CEO, Stefano Domenicali, sta rinnovando contratti a lungo termine o firmandone di nuovi. È una F.1 molto made in USA nello spirito, tanto che a Miami è andata in scena una replica del superbowl in chiave motoristica. Finti porti con yacht veri, 28 mila dollari ad occupante, finto mare in cartone verniciato, piscine vere con sabbia vera a bordo pista e tribune a 5 mila dollari al mercato nero. Un successo, con attori, cantanti, vecchie glorie della F.1 e persino una ex first lady come Michelle Obama ai box. Che la gara sia stata una delle più noiose del mondiale, altro conto. Lo spettacolo, con tanto di scorta di polizia e sirene spiegate, in stile Miami Vice, piace agli americani e chi, in Europa, a tarda notte cercava di dare un perché a questa messa in scena, è rimasto deluso. Per chi fa informazione, è stata una gara assurda, perché con le prove libere finite a mezzanotte e mezza, le qualifiche quasi a mezzanotte e la gara alle 23,30, il tempo per i quotidiani era ridotto al lumicino e tanti, che non possono permettersi le ribattute, ci hanno rinunciato. Ovvero, lo spettacolo F.1 è stato pensato per le TV e basta. Una sorta di grande fratello reale col virtuale (leggi spiaggia finta) mischiata a gente che con lo champagne in mano a prendere il sole, della F.1, dei piloti e dei rischi di costoro, se ne fregavano allegramente. Importante esserci e per esserci bisognava pagare e per pagare Liberty era pronta a vendere. Cosa c’entrano le mutande? Ed eccoci al punto. Tutto sto flusso di denaro entra nelle tasche dei team e del promotore, e alla FIA? Poca roba, quasi niente. È un ente no profit per cui in teoria non potrebbe beccare un soldo, anche se qualcosa arriva per vie traverse. Se la FIA che detiene i diritti sportivi non ha voce in capitolo, come fare a far capire che è lei che comanda? Semplicemente ricordando le regole, imponendo un codice di comportamento, ricordando ai piloti che sono vietate le mutande e gli orecchini. Poi, a detta degli stessi piloti, nella curva in cui si sono schiantati Sainz e Ocon mancavano le barriere ProConTen, quelle ad assorbimento. Dieci metri di barriere dimenticate o non considerate. Però il problema sono le mutande. Ed ecco la protesta ironica dei piloti (spesso non capita dal pubblico) e il braccio di ferro intestino fra FIA e Liberty Media e le squadre (leggi anche le sei gare sprint per il prossimo anno, fermate dalla FIA). Cosa succede? Che qualcuno a Liberty Media ha ricordato che il nome GP1 (come GP2 e GP3) sono di loro proprietà mentre la sigla Formula di fatto è un marchio registrato ma di proprietà della federazione. E quindi? Quindi tutto sto flusso di denaro deve essere convogliato in qualche modo e spartito con tutti. Altrimenti qualcuno sta pensando di organizzarsi in proprio, vedi Super League made in USA, al di fuori di federazioni etc etc. La F.1 fai da te, senza la FIA, su piste proprie (Miami, poi Las Vegas e altre ancora) con regole condivise e gestite da sé, senza che un qualsiasi direttore di gara possa venire a sindacare sulle mutande del pilota. Ecco cosa sta succedendo dietro le quinte da quelle parti…

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