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Gen 17 NON CONFONDERE LE CAUSE CON GLI EFFETTI

di Carlo Sidoli

Il repentino e cospicuo aumento del costo dell’energia fa sviluppare l’inflazione e ha un effetto deleterio sul potere d’acquisto delle famiglie, che non beneficiano di un proporzionale aumento delle entrate, ma anzi, vedono in pericolo il posto di lavoro. Come al solito si va alla ricerca delle cause del fenomeno o, più comunemente, di “chi ha la colpa di quello che sta succedendo”. Questa volta c’è una differenza rispetto alle crisi del passato perché ci sono da prendere in considerazione, oltre ai soliti parametri (esaurimento delle risorse, tensioni politiche e conflitti, speculazioni finanziarie, ecc.), anche l’emergenza sanitaria e quella ambientale. Ciò non vale certamente per i “negazionisti-complottisti”: essi sanno benissimo che il Coronavirus è un’invenzione delle case farmaceutiche e che il pianeta si sta raffreddando anziché riscaldando. Per il resto dell’opinione pubblica, fortunatamente maggioritario, c’è di che preoccuparsi e darsi da fare per contrastare i fenomeni in corso, alcuni dei quali, a parere di molti, sono irreversibili e cioè ritardabili, ma senza l’illusione che si possa recuperare il terreno perduto. Come sempre nelle situazioni complicate è necessario partire da alcuni punti fissi, tra cui uno fondamentale: la “salute” della Terra è in pericolo, come lo è stata anche altre volte nei milioni di anni del sistema solare. Questa volta però il genere umano ne è consapevole e assai probabilmente anche la causa. In ogni caso l’uomo non vuole e non può accettare di soccombere alla minaccia che lo sovrasta. Infatti, lasciando andare le cose come vanno, il pianeta tornerà all’equilibrio iniziale eliminando o riducendo la popolazione mondiale oppure si avvierà a essere una replica di Marte. Facciamo un esempio, senza prendere in considerazione, una volta tanto, la “solita” atmosfera terrestre che si sovraccarica di anidride carbonica e di altri gas a “effetto serra”. Tra le minacce all’ordine del giorno, di cui si percepiscono ben più che deboli avvisaglie, c’è l’esaurirsi dell’acqua potabile che già affligge intere popolazioni, specialmente del continente africano, costrette a migrare e a subire decimazioni per la scarsità alimentare e per l’ostilità “armata” dei paesi ove cercano di trasferirsi; l’odio tra i popoli, che si esplicita nelle guerre e guerriglie, è un dei metodi, molto efficaci, “usati” dalla Natura per ridurre la popolazione del pianeta. Spiace dunque, per tornare all’argomento iniziale, che alcuni (o forse molti) organi di stampa che si ritengono, come tutti, emancipati e progressisti, abbiano titolato accusando la “transizione energetica” di essere all’origine della crisi economica che si prospetta. La “green economy” comporta certamente dei sacrifici, come quando un ammalato deve prendere le medicine amare e cambiare le abitudini per recuperare la salute perduta, ma non bisogna confondere il rimedio con la causa. Il “Programma Verde”, oggetto di numerose riunioni a livello internazionale e dettato dalla pressante questione climatica (l’ultimo raduno fu il G26 di Glasgow, lo scorso novembre), è un terreno di gioco dove è in corso la partita per la supremazia geopolitica tra superpotenze economico-militari. Ma siamo ancora al punto di stabilire le regole, la più importante delle quali è decidere i tempi di realizzazione dei programmi, ben sapendo che la durata della partita non potrà essere superiore a pochi decenni, e che non ci saranno i tempi supplementari. Stati Uniti, Russia e Cina (che, se dimezzassero le spese in armamenti, risolverebbero i problemi del pianeta) esitano e si guardano con sospetto, come tre bambini che per saltare un fosso si dicono reciprocamente “comincia prima tu”. Stando così le cose, la speranza degli “uomini di buona volontà” è che la “transizione verde” più che un fardello possa essere un’opportunità, specialmente per chi, come l’Italia, è penalizzata dal costo delle importazioni di energia. Più ne produrremo con le risorse di casa e meno subiremo gli sbalzi inflazionistici che i fornitori ci impongono; i Paesi dell’Europa settentrionale, in questo, danno il buon esempio. 

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