Moda

Feb 27 NUTRIAMOCI DI SOGNI

di Cristiana Schieppati

Non sono una vera e propria critica di moda, di quelle che ti sanno distinguere un tessuto dall’altro o che rielaborano la mappa concettuale che ha portato lo stilista a creare una collezione. Quello lo lascio fare a quelli bravi, o a quelli che credono di esserlo e che dopo un po’ ti stufi di leggere i loro pezzi o ascoltare i loro monologhi perchè la mania di protagonismo supera la cronaca. Mi sento più una critica dei modi e mi piace analizzare lo storytelling, i personaggi, chi dice cosa e come lo dice. In molti mi chiedono “ma te le fai tutte?” che detta da un uomo scatterebbe l’allerta ME TOO, invece stiamo parlando delle sfilate in calendario. No, non vado a tutti gli appuntamenti e i motivi sono vari, ma dato che so che li volete sapere ve li dico: 1) prima di tutto sono da sola e non potrei andare a tutte le sfilate e contemporaneamente far partire newsletter e progetti vari ; 2)quando ho iniziato con l’online eravamo i primi, io e Cristina Mello Grand con Modaonline (ciao Cri se mi leggi!) ad avere un sito che parlasse di moda, parliamo di 26 anni fa, avanguardia pura. Oggi sono gli stessi stilisti a mandare in streaming le loro sfilate, quindi non ho più fretta di raccontarvi qualcosa che tutti possono vedere direttamente con i loro occhi; 3) per molto tempo, prima che arrivassero i blogger, quelli che scrivevano sul web non erano molto amati dai colleghi dei quotidiani e delle tv perchè “bruciavano le notizie” che uscivano immediatamente dopo la conferenza stampa rispetto ai tempi tecnici di uscita di un giornale (non tutti avevano il sito internet e una redazione dedicata) e quindi ero sempre invitata a singhiozzo alle conferenze stampa. Grazie all’arrivo dei blogger la cosa si è risolta perchè loro erano ancora più veloci di noi “internettiani” e quindi non siamo più stati considerati pericolosi. Per un po’ non siamo stati considerati proprio. 4) Non ho mai chiamato, stressato, chiesto con insistenza l’invito, ho sempre pensato che se uno ti vuole alla sfilata ti invita e basta. Se mi davano uno standing non andavo, non per snobberia ma perchè per me è lavoro e sono in giro tutto il giorno non per divertimento. Una volta ho chiamato una maison perchè mi interessava andare al debutto di un designer e il pr mi ha risposto “scusa ma sai non invitiamo i siti internet”, io gli ho risposto che non sono un sito e che sono Cristiana Schieppati, se vuoi inviti me non un sito. Ovviamente io e quel pr non siamo rimasti in ottimi rapporti. 6) Fine della storia.

Premesso questo veniamo proprio a questa fashion week appena conclusa che in molti hanno detto sia stata inutile come l’intervista rilasciata da Chiara Ferragni al Corriere della Sera. Che se avessi potuto scrivere io le cose che ho saputo in questi giorni non mi bastavano due pagine. Perchè inutile? Sicuramente perchè per noi addetti ai lavori, che puntiamo sempre a tendenze, novità, maxi eventi, personaggi internazionali, investimenti pazzeschi, siamo rimasti un po’ a bocca asciutta, o meglio, a budget asciutti. Per chi non è del settore invece, a parte aver notato poca gente e poco casino in città rispetto alle altre edizione, finalmente si sono viste delle cose in cui la gente è riuscita ad identificarsi. La mia amica Marina, che fa l’avvocato, mi ha detto uscendo dalla sfilata di Emporio Armani “Io mi metterei tutto! E poi che bella gente, sono tutti belli “.

E’ vero da fuori sembriamo proprio delle belle persone, lo diceva anche un conoscente che lavora all’ ATM che il giorno in cui sfilava Tod’s nel deposito dei tram si è recato a lavorare con un rinnovato entusiasmo. Troppo spesso infatti dimentichiamo che la moda è fatta per la gente, per le persone che tutti i giorni si vestono per vivere, per lavorare, per proteggersi dal freddo o per affrontare il caldo, per sentirsi belli ad un evento o anche solo per guardarsi allo specchio e vedere la propria immagine migliore. Gli insider in questi anni hanno perso un po’ questo obiettivo, focalizzandosi su tematiche sociali che a lungo andare hanno finito per stancare la clientela. Le persone sono disincantate e hanno perso interesse per la qualità, il saper fare, i tessuti. Mi ricordo mia madre che per tutta la vita ha avuto la sarta di fiducia, la Signora Cremona, per me una seconda madre per un periodo della mia vita. Passavo i pomeriggi dopo scuola a casa sua con la figlia Cristina e con il padre andavamo a fare la settimana bianca al Pordoi a giugno appena finita la scuola. Lei in casa realizzava gli abiti su misura per mia madre ed a volte anche per me quando c’erano delle occasioni importanti. Ricordo le prove con l’incubo che gli spilli mi si infilassero nella pelle. Ogni capo era un pezzo unico creato con tessuti molto spesso presi da Raponi che vendeva anche scampoli firmati.

Mi è sembrato che a questo giro gli stilisti siano scesi dall’Olimpo e si siano immedesimati in noi umani, nelle nostre fragilità, morali ed economiche ed hanno pensato di offrirci più concretezza, più prodotto fatto bene e di lunga durata piuttosto che investire quei pochi soldi circolanti in qualcosa di concettuale, artistico, sperimentale, ma poco pratico. Un po’ tutti si sono omologati in una moda rilassata, per l’amor di Dio, non chiamatela Quiet Luxury che se no si incavolano. Colori opachi, il nero domina, il corpo si nasconde nelle calde lunghezze e l’unica concessione è un tocco d’oro e d’argento, specie negli accessori e tantissime paillettes, quelle grandi lanciate da Paco Rabanne, stilista scomparso lo scorso anno tornato in auge nel 2023 proprio per una capsule realizzata con H&M.

Ma ci sono più cinesi o coreani? Chiedo ad una ragazza asiatica che continua a farsi foto alla presentazione in via Montello di Brunello Cucinelli. Lei mi dice che è pieno di cinesi anche tra i vip, eppure se chiedi ai manager delle aziende ti dicono tutti che questi paesi sono ancora in forte crisi e che si punta al mercato americano. Ma allora perchè invitarli? Perchè gli ambassador orientali fanno “Hype”, ossia montano la notizia, una strategia di marketing che mira a creare una grandissima aspettativa su un nuovo prodotto in uscita, su un evento, un concerto o altro. E quindi pensate che se tra quei 1,4 miliardi di abitanti in Cina ci fosse una piccola percentuale che acquista capite che le Maison hanno fatto il fatturato di tutta l’Italia che con il suoi 59 milioni di abitanti agli stilisti interessa meno di zero.

C’è chi invece punta sulle star iconiche americane come Tom Ford, oggi gestito dal Gruppo Ermenegildo Zegna , che debutta con l’aiuto del beauty (le fragranze sono ottime, prodotte da Estee Lauder) le licenze occhiali (Marcolin) e che con il tocco di Benedetta Finocchi, che ha il filo diretto con Los Angeles, ha messo in front row per lo show Sharon Stone e Uma Thurman, per dirne due.

Di sicuro il prossimo autunno vi comprerete una cappotto, o forse più di uno, perché vuoi per colpa del cambiamento climatico, vuoi perchè è più chic, il piumino per un po’ lo lasceremo nell’armadio della casa in montagna. Paolo Zuntini, co- fondatore di Eleventy insieme a Marco Baldassarri ( quest’ultimo si occupa della linea uomo) mi racconta come oggi più che mai sia fondamentale il rispetto per il consumatore ” Non è possibile che un cappotto realizzato con gli stessi nostri prodotti e tessuti costi 8000, 9000 euro! E’ un momento di crisi, noi vogliamo fare un capo sartoriale fatto bene perchè i clienti sono esigenti, specialmente gli americani, ma che abbia un prezzo giusto” e mi fa “palpare” il cappotto in cashmere nuvola che pesa 400 grammi il cui prezzo si aggira intorno ai 2000 euro.

Fiducia, rispetto e consapevolezza. Parole che siglano un legame tacito tra chi produce e chi consuma. Certo se avessimo a disposizione anche noi due stylist di livello come Viviana Volpicella e Simone Guidarelli che ogni mattina si infilano nel nostro armadio e ci sistemano il look avremmo risolto tutti i nostri problemi. Guardavo come Viviana sistemava il cappellino alle modelle nel backstage di Luisa Spagnoli il cappellino deve stare con la punta in su e non appiccicato alla testa“. Son tornata a casa e, visto che ne avevano regalato uno a tutti gli ospiti, me lo sono messo come diceva lei… caspita funziona! Non sembravo una modella ma se non altro non assomigliavo ad una foca monaca!

Chissà come starebbe con il cappellino Naomi Campbell, gliene ho visti indossare moltissimi dal Borsalino a quello di Philip Treacy, ma mai uno di lana a coste. Lei è veramente una delle donne più belle del mondo. A parte l’applauso nel parterre quando è apparsa in chiusura alla sfilata di Dolce&Gabbana era davvero strepitosa durante l’intervista a Fabio Fazio domenica sera, nel suo completo realizzato dai suoi Friends “Stefano e Domenico” che lei definisce una famiglia. Mi ha fatto strano non vedere mostrata in trasmissione, tra i tanti scatti e video delle persone importanti per lei, da Gianni Versace a Nelson Mandela, una foto con Franca Sozzani che lei stessa ricordava sui social con un post ad un anno dalla sua morte “Il mio angelo. Mi manchi». Ma magari non ho visto bene io.

Coco Chanel diceva che la vera generosità è accettare l’ingratitudine. Un vizio di cui il fashion system si alimenta. Armani ha ragione quando confida a Paola PolloContinuiamo ad accettare tutti, ma io non ci sto. Io sono stufo di vedere una matta che gira in mutande in via Montenapoleone a Milano. Donne trasformate in un oggetto del desiderio e se c’è un 50 per cento degli uomini che le ama così, c’è un 50 che dice di no”. L’unica ad aver messo in mutante è Victoria De Angelis dei Maneskin, testimonial della campagna pubblicitaria Emporio Armani Underwear , che di certo non è famosa per il suo look castigato. E pensare che quando Mary Quant inventò la minigonna a Londra, quando i londinesi giravano ancora con ombrello e bombetta, pensò ad un capo soprattutto comodo, permetteva di correre e prendere il bus al volo per andare al lavoro. Per gli uomini è diventato poi un capo sexy ed erotico. Se avete voglia di leggere questa e altre storie vi consiglio il libro Swinging 60’s edito da Hoepli dove quattro scrittori raccontano la Swinging London attraverso la musica, il cinema, l’arte e la moda e il costume con la brava Michela Gattermayer (grazie Miky per avermi mandato il libro ricco di aneddoti interessanti).

Ora tocca alle sfilate di Parigi che, come dice Sissy Vian, Creative Fashion Director di Harper’s Bazaar Italia, che ho incontrato nel backstage di Ermanno Scervino, sono capaci di creare più bellezza, mentre noi italiani siamo focalizzati sul prodotto. Con lei abbiamo anche parlato della mancanza di talenti e di come il processo per creare una nuova generazione di giovani sia molto lento, un tema questo che è al centro dei piani industriali dei grandi gruppi, ma non solo nella moda.

Forse dovremmo tutti ragionare come Sabato De Sarno direttore creativo di Gucci che intervistato da Manuela Ravasio direttore di Marie Claire dice “Ogni volta che raggiungevo qualcosa, sognavo sempre un po’ di più. Non una cosa sola, ho avuto tanti piccoli sogni. Questo modo di vivere mi ha aiutato a non fissarmi su un obiettivo unico che rimanesse lì e che non venisse mai realizzato.” Andiamo avanti così, nutriamoci di sogni.

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