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Giu 20 POST CANADA

di Paolo Ciccarone

Dalla F.1 del liberi tutti alla F.1 dei divieti assoluti. Là dove la massima categoria dell’automobilismo era palestra di innovazione e ricerca, con soluzioni anche estreme, oggi c’è il conformismo più assoluto. Una volta, fino a qualche anno fa, chi poteva sceglieva motori a 8 cilindri, 10 e 12, adesso tutti 6 cilindri a V con alesaggio e corsa uguale per tutti. Ci fu chi scelse addirittura sei ruote, quattro davanti e due dietro, pur di primeggiare sui rivali. Da qualche anno sono vietate. Così come le quattro ruote sterzanti, che invece troviamo anche sulle Renault stradali di medio livello anche se il signor Rossi non ha le ambizioni di Verstappen o Alonso. Oggi la F.1 è una sorta di festival del divieto. Non si può spendere più di 145 milioni all’anno, pena la squalifica dopo ispezione federale. Certo, è vero che alcune squadre i 145 milioni all’anno se li sognano e quindi la livella verso il basso avrebbe dovuto favorirli nella corsa al successo. Poi guardi le classifiche e vedi che là davanti ci sono sempre i soliti, Red Bull, Ferrari, Mercedes… I poverelli dietro erano e dietro sono rimasti: “Se non hai i soldi per correre in F.1 puoi sempre cambiare categoria, non l’ha ordinato il medico!” diceva a suo tempo Luca di Montezemolo, presidente della Ferrari, che di solito faceva test su tre circuiti contemporaneamente e macinava 50 mila km all’anno di prove. Poi hanno vietato anche queste e in totale sono appena 4 i giorni disponibili per testare le novità. Non si possono usare più di tre motori pena l’arretramento in griglia di partenza di 10 posizioni, il recupero di energia deve essere limitato a 200 Kw e via di questo passo. Insomma, più che essere la massima espressione della tecnologia, sembra essere un ufficio complicazioni affari semplici. L’ultima serie di divieti riguarda il numero e il tipo di saltellamenti ammessi per ogni macchina. E qui la faccenda diventa complessa. Eh sì, perché con le nuove regole e le nuove macchine, si è scoperto che il ritorno agli ammortizzatori tradizionali provoca quel fastidioso effetto di pompaggio in pieno rettilineo, che gli inglesi chiamano porpoising, ovvero l’effetto delfino. Solo che il cetaceo ammollo è elegante e piacevole da vedere, una F.1 che salta come una cavalletta è diventata pericolosa e ad alto tasso di incidenti, oltre che di malattie professionali: “Non ho visto il punto di frenata” dice Russell della Mercedes, “Terribile, davvero terribile, qui oltre a ballare tutto si sbatte dappertutto” il commento di Sainz, pilota della Ferrari dopo il primo giorno di prove in Canada. E la federazione cosa fa? Calcola quanti colpi prendono le macchine, quanti G si scaricano sulla schiena dei piloti (vedi Hamilton che a Baku, sette giorni fa, ha impiegato qualche minuto a uscire dalla vettura per il mal di schiena quando le norme impongono 5 secondi!). Dopo aver raccolto questi dati, la federazione imporrà alle squadre una misura minima di altezza da terra che se non viene rispettata, fa scattare la squalifica. Adesso immaginate una Red Bull che viaggia rasoterra e non salta, o una Ferrari che saltella con un cavallino rampante e balzante e poi, visto che la Ferrari prende più colpi della Red Bull, per motivi di sicurezza impone alla rossa di alzare la macchina da terra, facendola andare più piano e poi magari la squalifica pure. Ah, nel frattempo la rottura del motore a Baku e relativa sostituzione, impone un’altra penalità per Leclerc, costretto a partire indietro pur non avendo alcuna colpa del cedimento. Piuttosto che ammettere di avere sbagliato il regolamento tecnico e costretto le squadre a monoposto che sembrano dei canguri specializzati nel salto in lungo, si scarica sulle squadre con ulteriori penalizzazioni per chi, incolpevole, ha studiato una macchina che per andare forte deve viaggiare rasoterra, ma saltella come un grillo. Ma alla F.1 piace, a quanto pare, i nuovi appassionati aumentano e gli orari delle prove e gare si adeguano alle loro esigenze. In Canada, come a Miami, prove finite a mezzanotte, qualifiche alle 23. Tradotto, vuol dire che la F.1 made in USA non guarda all’Europa, dove ci sono le 10 squadre di F.1 (di cui 7 in Inghilterra) e tanto meno all’Asia, dove prove e gare si svolgono all’alba ora locale. Eppure ci sono stati 325 mila spettatori paganti e gli hotel da 150 euro a notte li hanno fatti pagare anche più di 1000! I nuovi tifosi, inseguiti da questa F.1, non distinguono fra tradizione e tecnica: “Abbiamo raggiunto dei numeri incredibili, visualizzazioni da quasi 4 miliardi di spettatori, è una F.1 in crescita costante e continua” ripete il CEO di Liberty Media, Stefano Domenicali. I numeri daranno pure loro ragione, di certo questa F.1 dei divieti e penalizzazioni diventa difficile da capire per chi, alle 14 della domenica, si sedeva davanti alla TV e si gustava le gare. Altri tempi, altre mentalità. Meno complicazioni…E a dare manforte a questa situazione, ci si mettono anche squadre storiche, come la Ferrari che sta pagando un prezzo alto nelle sconfitte (non vince un mondiale dal 2007…). Perché se la tradizione, pur perdente, non si impone, allora hanno ragione loro e il blasone la storia e tutto il resto, servono solo per passare alla cassa e intascare i bonus derivanti dalla presenza nel mondiale. Che al momento viene divisa per poche squadre: Mercedes, Ferrari, Williams (che non vince dal 1997…) e McLaren. Con Red Bull che ci tenta. Tutto il resto annaspa. E poi in pista vedi un Verstappen che controlla Sainz che pur a pochi decimi, con tutti i marchingegni disponibili, non riesce a passare. Un problema di trazione, diranno poi. Sì, a…trazione fatale visto il risultato e l’ennesima sconfitta. Ma anche questo fa gioco. Fino al prossimo divieto.

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