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Ott 12 PROMESSE CINESI

di Carlo Sidoli

Il mese scorso, all’Assemblea Generale dell’ONU, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto un annuncio molto importante quando ha affermato che la Cina raggiungerà il traguardo “Emissioni Zero” entro il 2060. Per avere un’idea della portata di una simile affermazione è indispensabile sapere che il colosso asiatico è attualmente il Paese che contribuisce più di tutti a guastare l’atmosfera, dato che è responsabile del 30%  delle emissioni di gas serra (principalmente anidride carbonica); per non parlare degli altri tipi di esalazioni nocive. È da dire, però, che molti Paesi occidentali hanno trasferito in Cina la loro inquinante produzione industriale. Comunque, nessun dirigente cinese si era mai espresso ufficialmente in questo ambito. Per la verità, lo stesso Xi Jinping aveva, tempo fa, accennato ad un picco di emissioni nel suo Paese “attorno” al 2030, ma oggi ha chiaramente detto: “il picco entro il 2030, per scendere poi a zero nel 2060”; segno che il programma è in corso. È molto probabile che lo abbia fatto proprio ora per motivi strategici e precisamente per contrastare l’offensiva del presidente americano Donald Trump, che accusa la Cina di essere all’origine di tutti i mali recenti, Coronavirus e “affare Hong Kong” in primis; una mossa per influenzare la campagna elettorale USA a favore dello sfidante, il democratico Joe Biden. Fatto sta che un’affermazione ufficiale, fatta ai più alti livelli decisionali, da un personaggio che non è solito essere messo in discussione e venir meno agli obiettivi, ha il suo peso e non mancherà di avere conseguenze. Anche perché (e questa è un’altra interessante novità) Xi Jinping ha parlato di collaborazione internazionale e di solidarietà da “villaggio globale”, parole finora udibili soprattutto in Europa e nelle università americane della California. Se fossero raccolte dalla Comunità Europea, che da tempo cavalca l’onda ecologica, sarebbe caso mai l’America di un rieletto Trump “negazionista” (che ha abbandonato gli accordi di Parigi del 2015), a rimanere isolata. La Gran Bretagna, che dalla Comunità intende uscire, sta realizzando un programma che punta a un risultato di “Emissioni Zero” per il 2050: il Regno Unito ha già praticamente abbandonato il carbone (di cui è ricchissimo) e ricava da “rinnovabili” (30%) e nucleare (20%) la metà dell’energia di cui ha bisogno.

Comunque, pur se la collaborazione internazionale venisse meno, il sistema cinese è in grado di procedere da solo, come ha dato più volte dimostrazione, e ha scoperto che l’impegnarsi nell’energia rinnovabile non è affatto un cattivo investimento, ma anzi una nuova risorsa economica che può mettere d’accordo una volta tanto movimenti ecologisti e capitale. La Cina è nello stesso tempo inquinatrice ma anche leader dell’energia pulita producendo pannelli fotovoltaici, torri anemometriche e batterie più di ogni altro Paese e li esporta in tutto il mondo. Metà dei 5 milioni di automobili elettriche in circolazione sulla Terra viaggia in Cina e solo la Norvegia, dove un’automobile nuova su tre va a batterie, la precede nella diffusione dei nuovi veicoli EV sul mercato interno. La tecnologia della mobilità, non solo elettrica, è vivace e in continua evoluzione; a Shanghai un centinaio di taxi a guida autonoma, prenotabili al telefono, senza pilota e a basso livello d’inquinamento, stanno per essere operativi e numerosi autobus elettrici ricaricano i condensatori alle fermate, nel breve tempo di salita e discesa dei passeggeri. Quaranta anni d’attesa (da oggi al 2060) sono comunque tanti o pochi, a seconda dei punti di vista; troppi per chi è preoccupato dal veloce e progressivo decadimento della qualità ambientale del pianeta e pochi per chi deve programmare l’abbandono dell’energia da combustibili fossili e idrocarburi per passare all’energia rinnovabile (supportata dal nucleare). Purtroppo, ancora una volta, non ci sono intenzioni di ridurre il grande contributo all’inquinamento che proviene dal mantenimento a livello operativo delle forze armate di tutti i Paesi, sia in tempo di pace che, soprattutto, in tempo di guerra. Fa parte degli “sprechi” di cui evidentemente non si riesce fare a meno (si vis pacem, para bellum).

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