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Ago 24 Ricordo di Cesare Romiti

Un’immagine rappresenta meglio di ogni parola, il rapporto tra Cesare Romiti e Gianni Agnelli: durante i funerali dell’Avvocato, nel Duomo di Torino, il Dottore rimase in piedi per tutto il durare della funzione, senza mai sedersi tra le autorità presenti. Era l’omaggio, quasi fosse un soldato, verso il suo comandante in capo. Dal 1974, anno in cui, sponsorizzato da Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, Romiti entrò nel gruppo Fiat, sino al 1998, quando ne uscì, tra i due uomini si instaurò un sentimento di rispetto e di ammirazione reciproca che in 25 anni non fu mai scalfita. Per tutto quel quarto di secolo continuarono a darsi del “lei”, in pubblico e in privato, pur frequentandosi quotidianamente, traghettarono la più grande azienda italiana dal 1900 al 2000, conservando quelle abitudini sabaude che mantenevano un retrogusto sovrano, una netta separazione tra il rapporto che doveva esistere tra un’azionista ed un manager. Romiti sapeva gestire il potere a difesa esclusiva della sua azienda, non accettava nessuna incursione politica e sindacale. Da amministratore delegato, in un primo momento in convivenza con Umberto Agnelli e  Carlo De Benedetti, poi, dal 1980, unico timoniere, ebbe carta bianca assoluta, lo dimostrò, quando decise con Carlo Callieri, uno dei suoi collaboratori più fidati, allora capo del personale di Fiat, di marciare per le strade di Torino. Oltre 40mila colletti bianchi e operai, uniti, lo seguirono per chiedere la fine dell’occupazione degli stabilimenti e il ritorno al lavoro, sconfisse Enrico Berlinguer leader del Partito Comunista. Affrontò con grande coraggio gli anni delle Brigate Rosse, dove i dirigenti della società cadevano vittime di vili attentati, sapeva battagliare con il Governo, epiche le sue lotte con i primi Ministri, tra cui Bettino Craxi, seppe trasformare le relazioni industriali, conciliando gli estremismi opposti. Era entrato in azienda, come responsabile del settore auto, Vittorio Ghidella, vennero lanciati modelli come la Fiat Uno e la Croma, la Lancia Thema e la Y10, dettando i canoni di un moderno esempio di mobilità. La società ritornava a sfornare utili, con un fatturato che superava i 40 miliardi  di lire, divenne il secondo gruppo italiano dopo l’Iri. Vennero introdotti nelle fabbriche, sul modello americano, sempre più robot, la Fiat comperò il Corriere della Sera e la Rizzoli, la Snia e la Toro Assicurazioni. Romiti riuscì a liberarsi dell’impegno preso, appena entrato in Fiat, con la Lybian Arab Foreign Bank, che conquistando il 10% del capitale, gli aveva assicurato una liquidità economica. Il colpo di maestro fu  l’acquisizione dell’Alfa Romeo, sconvolse l’opinione pubblica  che denunciava “lo strapotere di Fiat”, Romiti vedeva solamente avanti, aveva intuito già allora che l’unione di più marchi rafforzava il gruppo, senza contemplare cessioni o fusioni. Crebbe, in contemporanea, il benessere di tutto il Paese, Gianni Agnelli affermò che “gli anni ottanta furono meravigliosi”. L’uomo Romiti non fu indubbiamente un personaggio facile, il suo volto emetteva il carisma del comando, con Vittorio Ghidella vi furono scontri, viaggiavano su punti di vista eticamente opposti, Romiti cercava la diversificazione per assicurare un futuro, pur chiedendo – non può non dirsi premonizione  –  di inglobare Chrysler, in modo da aprirsi le porte con gli Stati Uniti. Ghidella fu costretto ad andarsene in cambio di una proficua liquidazione.  Sarà sempre Enrico Cuccia a soccorrere la Fiat nei momenti di difficoltà, con la garanzia che Romiti rimanesse nella sua posizione. Subì l’umiliazione di essere coinvolto in Tangentopoli, sarà sempre Cuccia insieme a  personaggi della finanza e dell’imprenditoria, a firmare una lettera in sua difesa. Romiti si limitò a dire che “la politica non si rendeva conto di essere arrivata ad un punto di depravazione che impediva alle aziende di lavorare onestamente”. Uscirà al compimento del 75 anno, la soglia in cui tutti i dirigenti dovevano lasciare, dopo essere divenuto anche presidente della Fabbrica Italiana Automobili Torino, l’Avvocato oltre al premio finale di 105miliardi di lire (Romiti aveva sempre rifiutato qualsiasi stock options, diceva “per sentirsi libero”), andò a Londra per trovare un regalo suo personale, un immenso quadro in cui era dipinta la città di Roma, offrendoglielo con un biglietto che diceva” per ricordarsi di me”. Si sta cercando di confrontarlo con altri personaggi, un errore, Romiti non deve essere paragonato a nessuno, era l’ uomo  giusto per  un tempo che non esiste più. Maurizio Magnabosco, il temutissimo direttore del personale di allora, ricorda come Romiti “riuscisse a catturare il mutamento del clima sia all’interno che all’esterno della società. Era diffidente ma, una volta conquistata la sua fiducia, consentiva di lavorare con elevati margini di autonomia. Sapeva riconoscere i meriti, in occasione di una consegna  delle Borse di Studio che aveva promosso, tra le premiate c’era mia figlia Chiara, alla quale disse: sei brava come il tuo papà. E’ stato il suo modo per ringraziarmi”.  Anche Vittorio Ravà, responsabile di tutta la pubblicità Fiat, un ruolo di grande potere, sottolinea che ” il Dottore era un burbero simpatico, aveva la capacità di creare un rapporto diretto con le persone, completamente distante dai modi ingessati, solitamente attribuiti ai torinesi. Cercai, più volte, di fargli cambiare la montatura dei suoi occhiali, troppo legati alla moda degli anni 70. Non vi fu nulla da fare, quegli occhiali erano parte della sua immagine che emetteva il carisma del comando”. Il suo carattere negli anni si era addolcito, non aveva potuto occuparsi molto dei  suoi figli Maurizio e Piergiorgio, quando erano bambini ma ha avuto uno splendido rapporto con i suoi cinque nipoti e più ancora con i quattro bis nipoti di cui diceva “sono pazzo di loro”.

 

 

 

 

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