Moda

Lug 22 SFILATE: OCCHIO ALLO SCORRIMENTO IN AVANTI DEL CURSORE

La sfilata è morta! Evviva la sfilata!  Durante il lockdown appena trascorso, e del quale il fashion system porta ancora le ferite, si è alzato un coro a più voci contro la canonica forma di presentazione della moda. Un de profundis strisciante e aggressivo contro le passerelle, ree più o meno di tutti i mali, oltre che inutile dispendio di energie, spostamenti, denaro e, anche, fonte di inquinamento. Sussurri che sono diventati sempre più insistenti e quasi grida quando l’unica notizia riguardante la moda era quella di allungare la lista delle aziende che producevano mascherine o altri dispositivi sanitari. L’autoesame di coscienza (e anche tentativo suicida di autodistruzione) si è focalizzato sulla demolizione del fashion show, in tempi in cui le boutique reali erano chiuse e l’online sembrava poter essere l’unica flebile speranza di affari.

 

Ma su Internet si è venduto poco, proprio come le passerelle virtuali hanno emozionato poco.
Le prime crepe si sono viste con la Cruise di Chanel, presentata il 9 giugno. Onore al merito di portare la spiaggia di Capri nella sede di Rue Cambon e anche nell’aver comunque assemblato una collezione, ma in tanti si sono chiesti se non sarebbe stato meglio saltare l’appuntamento a piè pari.
Si è proseguito con l’haute couture digitale e poi con la Milano digital fashion week, ma, tranne rarissime eccezioni: non si poteva mancare, ma che noia esserci!
Sì, perché quella manciata di minuti, anche meno di quelli della durata di un evento live, non passano mai. Il più delle volte scivolano sulle cornee e tamburellano nelle orecchie con una musica ripetitiva e poco stimolante. Risultato? La forte tentazione di spostare il cursore di scorrimento in avanti.

 

Forse anche per questo la lungimirante Miuccia Prada ha affidato il suo The Show That Never Happened a cinque diversi interpreti. Cambiare ritmo e visione ogni tot, con un filo di coerenza a legare, rende la visione più stimolante e coinvolgente.
La nostra attenzione è capricciosa, figlia sicuramente di tempi in cui la fretta è un imperativo e le brevi stories di Instagram o i balletti di TikTok  battono il tempo, e per sollecitarla va spronata e sfidata. E la vista avrebbe piacere di soffermarsi sul dettaglio che preferisce, invece di avere i paraocchi di una telecamera, che obbligano a vedere ciò che la maison vuole mostrare e non ciò che allo spettatore piacerebbe catturare.

 

Di base, la moda ha grandi creativi, ma non necessariamente grandi registi. E nemmeno attori e trama. Il rischio è di innalzarsi a concettuali senza, però, avere i concetti. O di trasportare la passerella sullo schermo di un computer o di un tablet e pensare di aver svolto il compitino. Senza sbavature.
Quelle che necessitano come l’aria, quelle che danno i brividi, che hanno commosso i presenti alla sfilata di Etro, tra musica di Morricone e ritrovata novità di ritrovarsi nel front row.
Non è un caso che, sottolineando un necessario ritorno alle proprie origini, non sia stato proposto nulla di realmente nuovo a livello di abiti. Il lockdown con lo stop alla filiera ci ha messo del suo, ma è assai difficile mostrare e spiegare un’innovazione senza un appiglio dal vivo.

 

La moda è qualcosa di fisico. Nasce per rivestire, incantare, innalzare e sublimare il corpo, oltre che per presentarlo nella luce che la mente desidera. Sono una al servizio dell’altra e viceversa. Sono compenetrati e se uno manca si perde la magia.
Non importa prendere registi famosi, testimonial d’eccezione, top model che sanno addomesticare le telecamere con un battito di ciglia. C’è sempre qualcosa di forzato e di inautentico, una patina, la sensazione di copia e incolla da un’altra disciplina creativa. E si sa che nella moda i fake hanno vita breve.

 

Un click non può sostituire uno sguardo, un tocco e quell’elettricità di un evento dal vivo. Quello di quando alzi la testa e non sai se guardi il cielo o l’impressionante cascata di 5 metri di piume, plissé o taffetà che Pierpaolo Piccioli ha costruito, realmente, per immaginare il sogno della sua haute couture. Quell’esperienza tangibile ed evanescente di cui tutti abbiamo bisogno, anche chi voleva tagliar la testa alla sfilata.

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