Auto

Gen 24 SIC TRANSIT HYBRID

di Carlo Sidoli

In principio fu la bicicletta. Poi, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, su iniziativa del costruttore francese Solex, le si abbinò un piccolo motore a scoppio (un “cinquantino” monocilindrico, a due tempi, consumo 1 litro per 100 chilometri) con annesso serbatoio, montato sul manubrio, che faceva girare un rullo; pressato contro il battistrada, esso metteva in movimento la ruota anteriore. Il “Velosolex” fu un piccolo veicolo (sic!) assai diffuso in Francia, oggi oggetto di collezione, che può ben esprimere due concetti che attualmente ricorrono spesso: “ibrido” e “transizione”. Il noto film del 1958 “Mon oncle” (“Mio zio”), diretto e interpretato da Jacques Tati – che andrebbe rivisto da tutti i “modernisti” e “anti”, subito dopo “Le vacanze del signor Hulot” – inizia proprio con il protagonista in sella a una bici motorizzata, addirittura con un ragazzino come passeggero, sistemato sul portapacchi posteriore. Per quanto “ibrido” significhi più propriamente un derivato da un incrocio tra individui di razze diverse (ad esempio un mulo, che deriva da un asino e una cavalla) è uso, specialmente in campo motoristico, dargli anche il significato di qualcosa che può funzionare in due o più modi diversi. Il Velosolex è dunque un ibrido a pieno diritto potendo funzionare addirittura in tre modi diversi sia dal punto di vista cinematico che da quello energetico. Esso può viaggiare a trazione posteriore, come tutte le bici “normali” tramite pedali e catena, a trazione anteriore quando è il rullo a far girare la ruota e a trazione integrale, come accade in salita quando è necessario il concorso di entrambi. Analogamente, la “forza motrice” necessaria può essere fornita dall’essere umano, dal motore a scoppio o da tutti e due contemporaneamente. Anche oggi si possono rivivere le stesse sensazioni se si fa del ciclismo con una bici elettrica “a pedalata assistita”, ma all’epoca, il Velosolex dopo qualche decennio di onorato servizio, si avviò sul viale del tramonto per dare spazio ai ciclomotori: fu un veicolo di “transizione” e di bici a trazione anteriore non se ne parlò più. Venendo ai nostri giorni e spostandoci in campo automobilistico è noto a tutti che gli ibridi sono veicoli che hanno a bordo due tipi di motori, uno a combustione interna e uno elettrico. Chiamati in sigla HEV (Hybrid Electric Vehicles) essi danno la sensazione di essere inarrestabili, giacché per restare in “panne” devono andare in crisi entrambi i sistemi propulsivi. Un automobilista uso a portare cintura e bretelle non avrebbe dubbi in proposito: è la sua macchina ideale. All’inizio, il funzionamento da auto elettrica degli HEV era limitato a determinate situazioni (avviamento, guida in città, frenata) ma poi ha progressivamente aumentato il suo raggio d’azione tanto che oggi si conoscono almeno cinque sottocategorie di veicoli elettrici ibridi. Per fare un esempio, esistono le auto PHEVs (Plug-in Hybrid Electric Vehicles) che sono quasi due macchine in una, giacché le batterie possono essere ricaricate sia dal motore a scoppio (più generatore di elettricità), che dalla rete elettrica fissa esterna. Secondo il detto, di stampo maschilista, “donne e motori gioie e dolori”, i veicoli ibridi (come le donne) possono regalare grandi emozioni ma anche generare grandi problemi e delusioni conseguenti. Tra gli inconvenienti delle automobili ibride si devono elencare il prezzo a cui esse sono vendute, il peso complessivo del veicolo (proporzionale all’autonomia del funzionamento in elettrico), la riduzione dello spazio utilizzabile a bordo, la complessità della meccanica e della gestione elettronica, chiamata a governare l’interdipendenza tra i due tipi di motori, bilanciando prestazioni e autonomia. Possiamo solo immaginare cosa comporti, in denaro e in tempo di fermo macchina, una riparazione in caso d’incidente importante. Per queste ragioni, e per il fatto che le vetture puramente elettriche (EV) sono sempre più affidabili, diffuse e “incentivate” dalla legge, molti ritengono che i veicoli ibridi rappresentino una fase di “transizione” ormai prossima al termine. 

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