Auto

Lug 25 …UN FINE SETTIMANA INTENSO… AL CORRIERE…

di Bianca Carretto

È un’altra sorpresa di questo luglio infuocato: Herbert Diess, il manager dagli occhi d’acciaio,  dal 1 settembre, cederà il suo ruolo di ceo del gruppo Volkswagen a Oliver Blume, finora a capo di Porsche. Anche se da tempo si mormorava di insofferenza nei suoi riguardi all’interno del consiglio di amministrazione della casa di Wolfsburg, di duri bracci di ferro con i rappresentanti sindacali,  per ora le vere motivazioni di questo cambio sono sconosciute, il comunicato si limita a parlare di “ dimissioni di comune accordo”. Diess, 63 anni, austriaco, arrivato da Bmw nel 2018, quando Volkswagen viveva la bufera del “dieselgate”, aveva preso il comando  rivoluzionando i sistemi interni, facendo partire una grande operazione verso l’elettrificazione per tutti i  dodici marchi. E nessuno non può riconoscergli il ruolo determinante che ha portato il primo costruttore europeo ad essere in testa alla trasformazione in atto dell’automobile. Oliver Blume ha percorso tutta la carriera all’interno di Volkswagen, dal 1994, è nato in una piccola città vicina a Wolfsburg e dirige il brand Porsche, considerato il gioiello dell’impero, da sette anni. 

All’inizio del mese, Diess aveva lanciato ufficialmente a Salzgitter, al nord della Germania, l’inizio dei lavori della prima gigafactory di batterie per vetture elettriche, sulle sei previste, in Europa, entro il 2030, con un investimento di 20 miliardi euro, capaci di  equipaggiare almeno 3 milioni di veicoli, per anno. Inaugurazione avvenuta alla presenza di mille dipendenti e 350 invitati, arrivati da tutto il mondo e del cancelliere tedesco Olaf Scholz che aveva dichiarato “questo è un grande giorno per l’industria automobilistica sia per la Germania che per l’Europa”.  E Diess aveva espresso la sua soddisfazione, specificando che era “partita una nuova era per Volkswagen”, con la promessa che sarebbero stati assunti 20mila nuovi salariati. Nella settimana che si chiude, il titolo di Volkswagen alla Borsa di Francoforte, ha guadagnato il 2%, beneficiando di un’analisi positiva che lo ritiene “di alta performance”, mettendo però  in evidenza le prospettive attraenti di Porsche, la cui crescita è destinata ad aumentare fortemente nel segmento del lusso, prevedendo un utile operativo di circa il 18%, ipotizzando anche un ritorno in Borsa, nel prossimo autunno. Nulla faceva presagire un cambio della guardia così immediato, anzi, al contrario Diess pareva più saldo che mai. Certo, nelle ultime settimane le vendite di auto elettriche  sono scese in tutta Europa, problemi di produzione legati alla difficoltà di mancanza di chip che hanno coinvolto tutte le case costruttrici, compresa Tesla e la guerra in Ucraina, hanno contribuito a stravolgere i piani. Le previsioni vedono una ripartenza nel terzo e quarto trimestre e Volkswagen ha nel portafoglio ordini per 300mila veicoli elettrici in consegna nei prossimi mesi, tanto da far dichiarare agli analisti che la parte di mercato di auto 100% elettriche, dovrebbe passare, in Europa, dall’11,2% del 2021 al 14% del 2022, pur con l’incognita del forte rallentamento dell’economia continentale che rischia di frenare la domanda di automobili a batteria, che continueranno ad essere più costose delle equivalenti con motori termici. 

Sergio Marchionne, il 17 giugno scorso, avrebbe compiuto 70 anni o forse ha compiuto 70 anni. I ricordi sono alleati, riscrivono la storia, hanno la potenza travolgente di riproporre  uno sguardo sul passato anche se a volte si trasformano in invisibili lividi nell’anima. Ho in una cassetta di sicurezza la trascrizione dei suoi whatsapp, dei suoi messaggi, delle sue mail, delle sue confidenze aziendali e personali che hanno cimentato la nostra amicizia, le terrò in un angolo oscuro e segreto, per non arrecare alcun danno anche a chi mi ha fatto del male. Ma forse alcune rivelazioni è ora che non siano più celate. Il 26 giugno 2018 – quattro anni fa – a Roma, fu  la sua ultima uscita pubblica, per me la vera ricorrenza della sua morte, avvenuta, ufficialmente, il 25 luglio 2018. Quel giorno il ceo di Fiat Chrysler Automobiles, doveva consegnare al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, una Jeep Wrangler, un momento di serenità, al contrario, ho ancora presente la visione nitida del suo avanzare sofferente, circondato da una moltitudine  di uomini vestiti di nero che parevano un plotone di esecuzione mentre accompagnava il condannato. C’era un leggio, sistemato sotto i pini  del Pincio, che si trasformò in un improvvisato confessionale di cui non si intravedeva la grata anche se iniziammo a parlare sottovoce, come se gli alberi avessero le orecchie. Noi due soli, aveva allontanato i suoi collaboratori presenti all’evento, dietro di lui, per sostenerlo Davide Barca che, per anni, tutelava non solo la sua  integrità fisica ma anche la sua privacy, con un affetto filiale. Marchionne non sopportava di far intravedere la sua debolezza, anche se era sotto gli occhi di tutti, la sua voce,  affaticata, mi chiedeva di aiutarlo a nascondere la sua fragilità fisica e, nello stesso tempo, mi affidava i suoi pensieri più tormentati, come volesse liberarsi. “Quando ho liquidato Montezemolo dalla Ferrari, eravamo a Cernobbio, sappi che mi vergognavo come un ladro, ma fui costretto a farlo, lui non meritava di essere cacciato in quel modo” e posso affermare che era profondamente sincero. Gli chiedevo di recuperare le forze, di stare in silenzio, ma sentiva il tempo  trascorrere veloce e continuava a parlare: ”mi brucia di non aver concluso nessuna alleanza con General Motors ma non farò mai un accordo con i francesi di Psa, andremo avanti da soli, saremo all’altezza dei nostri concorrenti. O il dovere di proteggere gli stabilimenti, i nostri dipendenti, non andremo mai via dall’Italia, l’Alfa Romeo tornerà  grande”.  Marchionne aveva dimostrato con i fatti di aver riportato la Fiat – presa in stato fallimentare, anche se ora pare che tutti lo abbiano dimenticato – ad essere una multinazionale che si poggiava sulle due sponde dell’Atlantico, ansimando, continuava a ripetere: ”per finire il mio piano devo arrivare a marzo 2019, vedrai che verranno riconosciuti i miei diritti”. Per quella che può apparire una vera beffa maligna del destino, Fca e Psa, nell’ottobre del 2019, annunciarono il progetto da cui è nata Stellantis, esattamente contro la sua volontà. A quel punto pareva essersi, in parte, rinfrancato, il suo respiro era più regolare, dovevamo salutarci, con la chiarezza che aveva sempre distinto il nostro rapporto, diretto e sincero, sapevamo, entrambi, che non ci saremmo mai più rivisti. L’emozione aveva preso il sopravvento sulla ragione: “io ci sarò sempre…. e poi, dopo di me ci sarà Alfredo”. Altavilla si era tenuto, per quella mezz’ora, a pochi metri, pronto a intervenire, in ansia per quel capo burbero e prepotente, a cui voleva molto bene. Era lui il delfino destinato, ma anche questa decisione è stata disattesa.

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