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Mag 04 VITTIME O CARNEFICI?

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C’è da chiedersi se il progresso (inteso nel senso comune del termine e associabile al concetto di “benessere”), in questa circostanza della pandemia di Coronavirus, è all’origine dalle sciagure che ci stanno affliggendo, oppure è l’ancora di salvezza che ci permetterà di uscirne. Prendiamo la situazione individuale che ha caratterizzato il nostro modo di vivere nei tempi recenti, che potremmo definire di “isolamento”. Una situazione che la maggior parte degli uomini ha sempre cercato di evitare al punto che la società l’ha imposta a chi deve scontare una pena; il carcere ne è un esempio significativo. Con un provvedimento come quello preso dai governi in questo inizio di 2020 (obbligo di isolamento, come abbiamo detto), se solo ci fossimo trovati nel “milleottocento” o prima, quasi nessuno sarebbe sopravvissuto nelle zone urbanizzate; infatti fino ad allora le pesti, o malattie epidemiche simili, arrivavano, facevano stragi e scomparivano “normalmente”. Si isolava chi poteva, scappando dalle infezioni, nutrendosi di espedienti, per tornare a casa alla fine a contare i superstiti. Oggi le autorità hanno potuto costringerci a non uscire di casa perché il sistema organizzativo moderno è in grado, salvo dolorose eccezioni, di dare assistenza dall’esterno, di provvedere alla distribuzione dell’acqua, di fornire energia sotto forma di riscaldamento e allacciamento alla rete elettrica, di prestare assistenza medica, di eliminare i rifiuti. Non solo, i dispositivi più avanzati di comunicazione a partire dalla radio, il telefono, la televisione, la “rete mediatica” permettono di restare in contatto col mondo distante e, in definitiva, a evitare per quanto possibile l’insorgere di malattie psichiche come l’ansia e la depressione. In più, l’utilizzo di un home-computer consente di studiare e lavorare da casa dando implemento a un sistema che dovrebbe avere grandi sviluppi in futuro.

Fin qui, si può dire che il progresso ci ha salvati, fornendoci una buona dose di espedienti per sopravvivere alla forzata mancanza di libertà. Il rovescio della medaglia lo si scopre considerando che alla base del vivere moderno e cioè alla base della realizzazione di questo nostro tipo di “progresso”, c’è la necessità di produrre, distribuire e consumare una enorme quantità di energia sia di tipo “commestibile” (agricoltura e allevamento), sia di tipo “industriale”. Questo blocco planetario causato dal Coronavirus, che ci costringerà tutti a una sorte di “ripartenza da zero”, è l’occasione per ripensare un modo diverso, più razionale, economico ed ecologico a come gestire l’energia, nelle forme che abbiamo detto. In altri termini se, man mano che procede la normalizzazione (ritorno alla vita “normale”), si riprendesse come prima o anche peggio, per recuperare il tempo perduto, andremmo incontro ad altri e definitivi peggioramenti. Attualmente, a metà dell’anno l’umanità ha già consumato tutta l’energia che il pianeta è in grado di fornirci in modo rinnovabile in un anno intero (lo “Earth Overshoot Day”, data di esaurimento delle risorse naturali annuali, è in luglio); significa che stiamo “raschiando il barile”. Non possiamo riprendere allo stesso modo di prima con la pesca indiscriminata, la deforestazione, l’utilizzo dei combustibili fossili, l’abbandono delle campagne e soprattutto la creazione di montagne di rifiuti dovuti alla sovrapproduzione e al mancato smaltimento corretto. Diciamo molto spesso “costa meno comprarne uno nuovo che sistemare quello vecchio” perché così risulta da un semplice bilancio “di cassa”. Invece, se si facesse un bilancio “globale” corretto, molto spesso (quando il “nuovo” non fa risparmiare energia) il risultato sarebbe negativo. Ad esempio, ogni attività produce anidride carbonica che va nell’atmosfera come “gas serra” che provoca il preoccupante aumento della temperatura media del pianeta. Evitare che ciò accada (ci sono innumerevoli sistemi) costerebbe cifre enormi da recuperare con le tasse e allora i Governi evitano di farlo. In tal modo il “nuovo” risulta più conveniente dell’usato, ma i miliardi che sarebbero necessari per la depurazione dell’atmosfera si mettono in conto alle (poche) generazioni future.

 

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