Moda

Nov 05 BACI E BACILLI DI 20 ANNI DEL MADE IN ITALY “CONTRATTI” DAL VETRIOLO

Pubblichiamo lo speciale curato da Gianluca Lo Vetro per il CHI E’ CHI del giornalismo e della moda che ripercorre questi 20 anni di moda.

Dalla nascita del CHI E’ CHI alle sfilate digitali. Storie di lusso e successi ma anche fallimenti e galere. Cessioni, re-recessioni e infezioni. Breve riepilogo agro-dolce.

COSI’, NACQUE “IL VETRIOLO”

“Ma è uno dei tuoi soliti scherzi?”. “Lo scrivi per gioco?”. Così, reagì il fashion system, quando nel 2000 firmai il primo Vetriolo per Crisalide Press. Ero stato indicato all’editore Bianca Carretto, da Paola Berti inviata dell’Ansa e stimabilissima professionista. Mission: una rubrica

on line su uno dei primissimi notiziari di moda che affiancava la guida Chi è chi della Moda diretta da Cristiana Schieppati: pioniera del binomio cartaceo-digitale. La sfida mi sembrò stimolante. In prospettiva vedevo l’avanzata di Internet e del suo nuovo linguaggio per il quale bisognava allenarsi.  

IRONICO/ICONICO

Ipotizzai brevi commenti che dessero informazioni fuori dal sistema, grazie alla libertà totale della quale avrei goduto, (come a L’Unita, dove avevo introdotto la moda e lavoravo sin dall’87): da un lato il dietro le quinte delle sfilate dall’altro, riflessioni e osservazioni ironiche sul settore già carente – a mio avviso – di critiche e di ironia. Inventai, la testatina “Il Vetriolo”, un kalambur giocato sul mio cognome (Lo Vetro) e lo spirito dei miei testi: corrosivo ma con un acido agrodolce-dolce, privo di offese. (Mai ricevuta una querela). Cristiana ora “signora del web” come la definirono Daniela Fedi e Lucia Serlenga nel libro Alla corte di re moda (ed. Salani), era giovanissima ma già coraggiosissima. E mi lasciò carta bianca. (Spericolata!) Esordii, dando in esclusiva la notizia della visita della Regina Elisabetta a Milano. 

In seguito avrei raccontato l’evoluzione del made in Italy da un’ottica “altra” come mi aveva insegnato a L’ Europeo la mia grande maestra Giusi Ferrè, “Vipera Gentile”.

DAI ‘90 AL 2000: SI GONFIA UN PALLONE PRONTO AD ESPLODERE

Nel 2000 anno di fondazione del Chi e Chi della moda award che compie 20 anni celebrati per questa edizione particolare, con un video del super regista Sergio Salerni,davano già per archiviate due epoche di stilismo che innescarono il boom del made in Italy: quella degli anni ’80 e dei ‘90. A incrinarle già dal ’92, “Mani Pulite”, l’inchiesta su Tangentopoli, del giudice Di Pietro che lambì anche la moda. (Solo Krizia ebbe i “cosidetti”: non patteggiò e vinse). 

Simbolo della conclusione di questo decennio, l’assassinio di Gianni Versace nel ’97. Anche se era già mancato Enrico Coveri gigante del made in Italy. Mentre, nel ‘98 sarebbe scomparso Trussardi un altro titano ma sottostimato. Gianni aveva già scritto tanto futuro del costume, inventando e anticipando il cross over dei linguaggi nelle sue iconiche stampe, lo sdoganamento del genderless, il legame moda-musica e l’abile uso delle celeb: da Ornella Vanoni a Lady D attraverso l’amico Elton John. Lo stilista coltivava già il culto della visibilità, precursore del futuro protagonismo dei social. Tutto il suo privato come oggi in rete, (N.B.: Internet non esisteva ancora), diventava pubblico negli articoli e nei libri della collana Vanitas di Leonardo Arte: le sue case, quanto era capace di spendere in un fine settimana (due miliardi), la sua famiglia e persino l’adorata nipotina Allegra in seguito erede universale della Medusa. Per lei fece confezionare una mini Kelly, applicando il metodo Montessori a Hermès. 

Dal canto proprio, Nicola Trussardi fu pioniere non compreso, del trittico moda-finanza-diversificazione che avrebbe caratterizzato il futuro della moda mondiale. Gli ultimi nati dei ‘90 furono Dolce e Gabbana inconsapevoli traduttori in moda, del glocal: il localismo dell’estetica Siciliana più ancestrale con la coppola e il corsetto nero, lanciato nel mondo globale. Detonatore del fenomeno, la loro amica Madonna. 

UNIONI DI FATTO E DI FA…SHION 

Le coppie al posto del singolo creatore, iniziarono a fare tendenza. Due uomini insieme non davano più scandalo. Anzi, erano cool. Ed ecco, l’esordio dei gemelli Dean e Dan Caten, in arte D Squared 2, ex cubisti/drag queen al Cocoricò di Riccione. Talora, le unioni si ufficializzano in una griffe come Ermanno Scervino, nata da Toni Scervino ed Ermanno Daelli. Dai successi degli anni ’70, torna alla grande Roberto Cavalli mano nella mano con la sua seconda moglie, la bella e dolce Eva Duringer (Miss Europa ’78). Nel pieno del minimalismo degenerato nelle modelle anoressiche sino all’eroin chic, la coppia rilancia la femmina sexy, scollata e avviluppata in stampati pittorici. Dapprima, la bollano di volgarità. Poi detterà lo stile delle signore, divenendo cult delle star internazionali. 

IL NUOVO CHE AVANZA E DI-SAVANZA

Tirava un vento di nuovo, venuto dalla Francia dove Tom Ford era già direttore creativo di Gucci oggi del gruppo Kering. Nel ’96 Ferrè primo italiano a disegnare Dior dal 1989, abdica al bizzarro John Galliano. Mentre, da Givenchy arriva Alexander McQueen genio e sregolatezza amico-mentore di Lady Gaga che eleva a feticci le “armadillo shoes”. Da Kenzo del gruppo LVMH invece, sbarca l’eclettico e visionario Antonio Marras, già celebre per le sue sfilate teatrali ispirate alla natia Sardegna. (Nel 2011 esporrà un’istallazione anche alla Biennale di Venezia).

La strategia generale è il rilancio di marchi storici per metterne a frutto tradizione e riconoscibilità ma con l’estetica contemporanea dei giovani. L’Italia risponde con Angela Missoni (erede di Tai e Rosita), dal ‘97 alla guida creativa della maison di famiglia insieme al fratello Luca e all’indimenticabile Vittorio rimasto nei nostri cuori. Parallelamente, Kean Etro geniale e immaginifico folletto al quale si affiancano la sorella Veronica e il fratello Jacopo per l’home design,  prende le redini l’Ippogrifo: logo-simbolo della maison fondata dal padre Gimmo. Epocale, la sfilata sui carri dei buoi per le vie di Milano che anticipa gli eventi “democratici” aperti al pubblico, del Salone del Mobile. 

ARRIVA IL CONTO

Con la globalizzazione incalzante tutto continua a ingrandirsi. Compresa la moda. Le sfilate diventano teatrali, le boutique, monumentali, gli eventi, faraonici, le feste, trimalcioniche. Tutto è sopra le righe. Emblematica, la leggenda metropolitana della parrucchiera di Donatella Versace che viaggiava in Concorde. Visti coi miei occhi, i carlini di Valentino accomodati sui divani dell’hotel Ritz di Parigi con la pappa servita da camerieri in guanti bianchi su vassoi d’argento. Peccato, che tutti questi investimenti richiedessero il supporto delle banche che a breve avrebbero presentato il conto. Il primo a pagarlo era stato Valentino nel ‘98 costretto dai debiti a cedere in lacrime, la sua griffe al gruppo Hdp per 500 miliardi, mantenendone però la direzione creativa. Successivamente la griffe era passata al gruppo Marzotto. Ma con due “galli” in un atelier, Giancarlo Giammetti socio alter-ego di Garavani e Matteo Marzotto, i “conti” non quadravano. Anche perché il figlio di Martissimafaceva strage di cuori tra le testimonial eccellenti della maison. La più eclatante, Naomi. 

Il pallone si stava gonfiando. Iniziavo a sospettare che prima o poi, più prima che poi, sarebbe esploso. E così fu. 

LE FIRME SI AUTO COMPRANO

Il nuovo millennio si apre con il boom di Miuccia Prada e la sua concettuale “estetica del brutto”. A rafforzarne il mito al limite del fanatismo tra le fashioniste, i successi di Luna Rossa: la barca a vela voluta dal marito della stilista, l’imprenditore Patrizio Bertelli. 

Prada è anche il brand che in Italia apre la stagione dello shopping di altre firme, evidentemente in crisi finanziaria. Nel ‘99 acquisisce in cordata col gruppo francese LVMH, il 51% di Fendi. Ma due anni dopo cede la sua quota a LVMH. A fargli concorrenza, in Italia, sarà OTB la holding di Renzo Rosso cresciuta coi jeans Diesel e oggi al controllo fra gli altri, di Marni e della Maison Margiela. Ma i bond delle banche sono in scadenza. Per giunta il crollo delle Torri Gemelleapre una crisi senza precedenti. Obtorto collo, Ferrè cede alla It holding di Pettonarello del Molise. Ve lo immaginate l’aristocratico architetto della moda al tavolo con Tonino Perna rubizzo patron della ex Ittierre che poi sarebbe finito al gabbio?  

Fatto sta che i grandi gruppi francesi LVMH e Sanofi (oggi Kering), s’impossessano una dopo l’altra, della maggior parte delle griffe italiane. Mentre i capi dei due colossi, rispettivamente Bernard Arnault e Francois Pinault, diventano i grandi burattinai della moda internazionale. 

Nel 2007 anche “l’ultimo imperatore”, Valentino, dice addio definitivamente alla moda. La griffe già passato di mano in mano a vari gruppi, finisce agli arabi del Qatar (Mayoola for Investment). I nuovi padroni, però, al posto del trasognante couturier, impongono altri direttori creativi sino all’attuale Pier Paolo Piccioli.

DALLA BORSETTA ALLA “BORSA”

La stampa del settore deve abituarsi a una nuova terminologia. Al posto di “pizzi” si parla di bond. La “borsa” è quella finanziaria e non più la borsetta. 

L’arguta Natalia Aspesi lo aveva presagito: “anzichè coi sarti, avremo a che fare con gli amministratori delegati in grisaglia”. Di stile si parla sempre meno. Si tenta il rilancio di Romeo Gigli disegnato da Gentucca Bini con la benedizione dell’amico Dario Fo. Ma il Romeo originale resterà un fenomeno unico e penso irripetibile. 

IL LOW COST E I MILLENNIALS

Con la globalizzazione, sulle ali degli aerei a basso costo, sbarca anche in Italia il low cost delle grandi catene internazionali, minaccia annunciata per il pret-a-porter alto. Apre la strada Zara che nel 2002 occupa gli spazi dell’ex cinema Astra a Milano. Segue H&M che inaugura il suo store al posto di Fiorucci nello storico negozio di Piazza San Babila: epicentro del genio di Elio sin dagli anni ’70. Secondo “l’imprenditore degli angioletti”, senza nostalgie, H&M era “la novità alla quale bisognava fare spazio”. Mentre, gli stilisti lo snobbavano. Peccato, che i prezzi delle grandi catene fossero infinitamente più bassi di quelli del p.a p. che tentava di difendersi rilanciando sul lusso. Certo, la qualità delle grandi catene era di gran lunga inferiore. Ma alle nuove generazioni, i cosiddetti “Millennials”, veloci e con la memoria breve come la loro cultura maturata in rete, non importava. Per non dire i prezzi accessibili facevano quadrare i conti, già vittime dei tagli crescenti, anche per gli adulti. Non è tutto. La stessa moda con la volatilità delle tendenze, stimolava l’ usa e getta. Ma c’è molto di più. La velocità del low cost nel riprodurre i capi di tendenza prima degli stessi creatori-inventori, costringe pure gli alti ranghi del sistema a rivoluzionare i tempi delle 4 stagioni. 

S’impone anche per le griffe, il continuo rinnovamento dell’offerta, incubatore delle pre-collezioni, delle linee crociera, dei flash, delle transitional e delle capsule collection. La rincorsa al mercato innalza la febbre delle anticipazioni. Le collezioni finiscono in vetrina prima del tempo: la primavera a gennaio e l’inverno a luglio. La loro vita è sempre più breve. E anche i ricchi specie se di vecchia data riflettono se certi investimenti in un capo, valgano la spesa. In compenso c’è la nuova nomenclatura russa e cinese.

Per anticipare i tempi e tagliare i costi, Francesco Martini Coveri nipote di Enrico, già nel 2011 sperimenta una sola sfilata per uomo e donna a gennaio. Quello che più tardi diventerà il “co- ed”, accolto come una rivoluzione quando l’avrebbe lanciato Gucci, seguito da tanti colleghi.  

LA CELEBRITOLOGY E IL LELEMORISMO

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”. (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Incalza la ricerca della celebrità propellente della visibilità a sua volta viatico commerciale. Le star diventano ingranaggi fondamentali dei sistemi, persino quello politico. Tanto che in America si conia il neologismo “Celebritology”. Del resto, quando bisogna farsi sentire da tanti, si alza volume della musica come in discoteca. E le celeb col loro potere sciamanico, sono gli “amplificatori” ideali. 

Nella provincia italiana il fenomeno si esprime col Lelemorismo (da Lele Mora), costola della telecrazia. 

La “gggente” ama ed emula i personaggi nei quali è più facile identificarsi. Educata da Internet al “tutto, subito e senza fatica”, la generazione volle diventare famosa e ricca, nel tempo di un click. Largo, dunque, a calciatori per i maschi e a veline, schedine e vallette per le femmine. Mora il manager-padre e patriarca “new vip” più pop, affiancato dall’agente dei fotografi Fabrizio Corona, ne tira le fila. Il suo fiore all’occhiello è Simona Ventura. Anche se arriverà a occuparsi pure di Irene Pivetti con la quale – da quanto emerge nelle cronache recenti – è ancora in contatto. Alcuni “idoli” Lele li inventa e li impone, facendone miti senza un “perché”, oltre al fisico palestrato. Fa testo Costantinoora scomparso nel nulla. “La presenza della “scuderia” di Mora è il nuovo valore aggiunto di certe sfilate”, bisbiglia una p.r. inorridita. Intanto dai suoi stalloni, serafico e anche con la fisiognomica di un pascià, il manager si fa massaggiare letteralmente i piedi nella sua villa in Sardegna, sprofondato tra i cuscini di Cavalli. Vedi la foto che farà epoca, scattata da Massimo Sestini a corredo di una mia intervista per News, il primo settimanale-quotidianizzato inventato da Andrea Monti. Di più. 

LA MARGHERITA “SFOGLIATA”

Dopo il boom di Sweet Year nel 2003, il marchio col cuore inventato da Bobo Vieri, Lele pianifica a tavolino anche griffe quasi comiche tipo Monella Vagabonda. Basta che le promuova nelle sue basi strategiche: l’Hollywood di Milano dove gli è riservato un trono d’oro, il Billionaire di Briatore in Sardegna e il Pineta di Milano Marina Mattima che sposta addirittura il baricentro della movida romagnola da Riccione nella località dei pini. Ma il “miracolo” di Lele è il contributo all’ascesa di Guru: marchio di Matteo Cambi nato da una maglietta-tormentone con la margherita che diventa l’icona di un brand internazionale, partendo dalle spiagge della Romagna. In particolare dal Papete, oggi podio di ben altro Matteo (Salvini). 

Il “Lelemorismo” si arresta (anche in senso carcerario) con l’inchiesta Vallettopoli nel 2006. Cambi fallisce: dal jet privato atterra nelle patrie galere. Idem per Lele Mora eFabrizio Corona. 

I FOLLO-WEAR DELLA MODA “A RETE”

Nel 2011 sono diventato direttore del magazine Book Moda ora diretto da Cinzia Malvini. Sul relativo sito ho traslocato il Vetriolo. 

Il mio spazio sul Chi è Chi è stato affidato a Lucia Serlenga e alla sua rubrica “Fuori dal Coro”, che ricordiamo con stima e affetto. 

Nel frattempo la moda è stata risucchiata dal vortice del tempo reale: i nuovi protagonisti erano i blogger e le influencer che, più seguite dei giornali, dettavano lo stile del wear ai loro milioni di follower. Da qui il successo di Anna Dello Russo direttore di Vogue Giappone ma soprattutto icona del web coi suoi look istrionici, tanto da essere ingaggiata da H&M per firmare una capsule collection alla stregua di Madonna. Fenomeno del fenomeno, Chiara Ferragni, entità assoluta delle influencer che a onor del vero col marito Fedez, ha messo a frutto la potenza mediatica dei Ferragnaz, per raccogliere, dopo aver donato 100mila euro, 4,4 milioni di euro contro il Covid 19. Due pifferai magici che se scendessero in politica… Del resto, i 5 stelle che stanno al governo non si sono coagulati in rete? 

STILE DA 2.0

Il web è la scorciatoia per il successo come dimostra il successo di Marcelo Burlon: sino al 2012 dj e nel 2015 già una star internazionale del 2.0 grazie alle sue felpe. 

Basta lo spacco di Belen al Festival di Sanremo che lascia in vista la sua farfallina tatuata all’inguine, per rendere popolare il pur bravo Fausto Puglisi dichiaratamente e visibilmente, seguace di Versace. Tanto, per la web generation che non ha conosciuto l’originale, è una novità. 

Sicchè, nel 2013 lo stilista è già direttore creativo della maison Ungaro. Ora il creatore è momentaneamente in pausa “per studiare nuove formule”. 

E ancora, Francesco Scognamiglio, comunicatore furbacchione quanto abile stilista, nel 2008 veste Madonna e nel 2009 è già direttore creativo di Allegri. Ora sfila solo l’alta moda.

Resistite Gabriele Colangelo con l’aria sommessa da seminarista e la sua moda sofisticata, quasi imperscrutabile, quanto la teologia.  

Si consolida Msgm di Massimo Giorgetti nato nel 2009, con fugace consulenza per Pucci. 

Controcorrente, Alessandro Dell’Acqua: dopo l’acclamato esordio nel ‘96, vende il marchio, fa consulenze per La Perla e Borbonese, riesplodendo nel 2010 con la griffe n° 21. Nel frattempo se nel 2014 Krizia vende ai cinesi, due anni dopo chiude Costume National dei fratelli Ennio e Carlo Capasa. In compenso Carlo, l’amministrativo dei due, diventa Presidente della Camera Nazionale della Moda. 

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” . (Antoine Laurent Lavoise).

RAPPER/ TRAPPER: DALLE STELLE ALLE “POLVERE” DI STELLE

Tutto è sempre più fugace: di una “travolgenza” che travolge gli stessi marchi in un battibaleno. 

Ora sono i rapper /trapper che fanno tendenza. E poco importa se taluni giocano con doppi sensi legati alla polvere di cocaina, alle pastiglie o all’eroina. Tanto, devono solo firmare magliette e sneaker: roba vendibile su internet. Del resto, basta vedere come si veste la gente tutta omologata: jeans, felpa, T-shirt e sneaker. 

Il concetto di “distinto” dal verbo “distinguersi”, si liofilizza. Dunque, anche lo spazio per le stelle dello stile si restringe. E’ tempo di “polvere” di stelle. 

L’OSSIMORO LUXURY STREET

Anche i grandi stilisti sono alla caccia parossistica del mercato giovane. Ma come si può definire la T- shirt femminista in vendita a 800 euro? Un ossimoro tra luxury e streetwear, per usare la retorica. A poco è valsa la recentissima maratona mondiale di eventi faraonici dal Far West a Oriente, nella quale si sono lanciati i più illustri marchi per tenere alto il loro mito.

La moda come la intendono le senatrici della carta stampata, “è morta”. “Jean Paul Gaultier – stigmatizza la decana Luciana Boccardi – ne ha messo in scena il funerale con la sua ultima sfilata”.

Personalmente, scrivo da qualche anno per La Stampa e la Stampa.it, dove c’è ancora spazio per lo spessore e mi dedico alle attività accademiche senza perdere d’occhio la rete. Ho tanto da dire e ri-dire. Anzi di più.

IL COVID 19: OBBLIGO DI MASCHERINA E DI RIFLESSIONI

Da ultimo è arrivato il Covid 19: una sorta di “catarsi manzoniana” che ha imposto uno stop a tanta frenesia e – si spera – un periodo di revisione/riflessione sulla metastasi di eventi, collezioni e quant’altro. L’obbligo di ri-pensare il sistema, oltre a quello della mascherina. Armani saggio – per questo è e resta più che mai “il re” – ha indicato la via della concentrazione sull’essenziale, riducendo le sfilate e accorpandole. Parallelamente, la pandemia ha reso necessari gli eventi in streaming. Sino alla Digital Fashion Week dello scorso giugno e al salone virtuale Pitti Connect. (Forse non ci crederete ma nel 2008, la prima a sfilare su Youtube fu Roberta di Camerino, vergognosamente caduta nell’oblio come del resto Ferrè). Ormai, in balia del virus non si può più pianificare nulla. Dal momento in cui sto scrivendo questo testo (con i contagi in aumento esponenziale), a quando lo leggerete, non si riesce a immaginare cosa succederà. Diceva un saggio: “Fatemi profeta, e vi farò re”.

P.S: i proventi di questo mio contributo sono devoluti in beneficienza alla Fondazione Rava per il lavoro tangibile che svolge il mio amico fraterno, nonché esimio fotografo, Stefano Guindani, con i bambini di Haiti

2 risposte a “BACI E BACILLI DI 20 ANNI DEL MADE IN ITALY “CONTRATTI” DAL VETRIOLO”

  1. Luciana Boccardi ha detto:

    Bravo, brfavissimo come sempre Gianluca., Questa volta hai superato te stesso stemperando con ironia, sapere, alta qualità giornalistica quel confine surreale che sta tra il veroi e il non-confessato della moda. Con tutta lamia ammirazione al collega più surreale. Lciana Boccardi

  2. Luisa Espanet ha detto:

    Raramente riesco a leggere un pezzo di moda fino alla fine. Per il tuo, Gianluca, l’ho fatto. Anzi mi è dispiaciuto che sia finito. Una scrittura più che brillante, un racconto con contenuto ma che continua a sorprendere e intrigare come un bel film. Luisa Espanet

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