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Dic 13 DI TRANSIZIONE IN TRANSIZIONE

di Carlo Sidoli

Ora che si torna a parlare di crisi energetica, vengono al pettine i nodi delle scelte strategiche di ripiego che i vari governi italiani hanno dovuto prendere in passato e più precisamente dal momento in cui (1987) i cittadini, tramite referendum, decisero di non dar luogo al funzionamento delle centrali nucleari sul nostro territorio. I siti di Garigliano, Latina, Trino Vercellese e Caorso (“costati una cifra”) sono diventati monumenti di archeologia industriale, mentre resta criticabile il comportamento della politica che delegò al popolo inesperto e influenzabile (aleggiava lo spettro del disastro di Cernobyl) una decisione, pro o contro il nucleare italiano, da prendere in sede di comitato tecnico ristretto dagli specialisti del settore. Con lo stesso insano criterio, oggi dovrebbero chiamarci alle urne per decidere, a maggioranza popolare, la terapia contro il Covid 19 (per inciso, nel caso del passaggio dalla Lira all’Euro, che forse ci vedeva più competenti e direttamente interessati, niente referendum e decisione presa a tavolino). Fatto sta che oggi l’Italia si trova a produrre la metà circa dell’energia elettrica che consuma con le centrali a gas metano, il quale arriva soprattutto dalla Russia, tramite condotte. Siamo dunque la nazione europea meno autonoma perché le altre dipendono solo per un 20% dalle importazioni di gas e per di più siamo la nazione con meno risorse energetiche perché, sempre a confronto con le altre, non abbiamo in casa miniere di carbone o pozzi di petrolio in quantità significative e men che meno centrali nucleari. I nostri antenati, assai più previdenti, ci hanno lasciato un patrimonio idroelettrico che tuttora funziona, ma è diventato marginale a causa dell’aumento della domanda di energia elettrica. Ora, da un lato il crescere della richiesta per la ripresa della produzione fa alzare il prezzo del gas e dall’altro ci troviamo a rifornirci tramite metanodotti che partono dalla Russia e attraversano l’Ucraina, tanto per citare due Paesi che non vanno d’accordo: all’aumentare della tensione potremmo trovarci con i rubinetti chiusi. Ma a parte ciò, è evidente che nel giro di pochi anni l’Italia è passata, per soddisfare le proprie esigenze energetiche, dall’importare prevalentemente petrolio all’importare prevalentemente metano. Lo costata anche il cittadino comune che si è trovato a sostituire le caldaie del riscaldamento domestico. Non si può negare che se ne sono tratti notevoli vantaggi: i camini sono più puliti, i fumi fuligginosi sono spariti ed anche la questione dei rifornimenti si è semplificata, se ricordiamo il via vai delle autobotti e i problemi di congelamento delle nafte, con le morchie che intasavano gli ugelli dei bruciatori. I più anziani ricordano anche la precedente evoluzione del primo dopoguerra, dal carbone al petrolio; e ci pareva già un grande miglioramento in fatto di pulizia, salute e fatica risparmiata. Anche oggi l’Italia importa e raffina parecchio petrolio, sempre sotto il possibile ricatto dell’interruzione delle forniture: serve per fabbricare i lubrificanti, le plastiche e le gomme e soprattutto per alimentare i motori a scoppio di tipo endotermico. Tutti avvertiamo che anche qui è in atto una transizione, da quando la trazione elettrica non riguarda più solo le ferrovie (comprendendo anche le metropolitane e le tramvie) o gli impianti di risalita, come ascensori funicolari e funivie. L’automobile elettrica si va diffondendo e lo stesso potrebbe succedere nell’autotrasporto e nella navigazione. Di conseguenza la richiesta di energia elettrica, di cui ci siamo occupati all’inizio dell’articolo, andrà a crescere piuttosto velocemente. Aumenteremo le importazioni di metano? Immagino di sì. Importeremo più energia elettrica tramite gli elettrodotti che ci collegano ai Paesi confinanti? Senz’altro. Ma soprattutto pare necessario incrementare la produzione domestica facendo un massiccio ricorso alle energie rinnovabili di cui dispone il nostro Paese. Oggi è dimostrato che l’eolico e il fotovoltaico, se installati nei posti adatti, forniscono (si può dire direttamente!) energia elettrica a prezzi convenienti. Da noi non esistono gli imponenti fenomeni delle maree dei mari del nord, ma le correnti marine localizzate negli stretti possono essere opportunamente sfruttate e hanno il pregio di non subire interruzioni se ci sono passaggi nuvolosi o cessa il vento.

3 risposte a “DI TRANSIZIONE IN TRANSIZIONE”

  1. Enrico De Vita ha detto:

    Potevamo – e possiamo tuttora – estrarre metano dai giacimenti dell’Adriatico, se non avessimo dato troppa importanza alle pretese di verdi talebani e ai dubbi di chi paventava l’abbassamento dei suoli. Ma abbiamo preferito regalarli (o abbandonarli?) ai fratelli di Croazia che dall’altra sponda dell’Adriatico aspirano metano dagli stessi strati geologici.
    Bello, Carlo, condivido anche le tue considerazioni sul nucleare, soffocato nella culla.

  2. Filippo Crispolti ha detto:

    Carlo ed Enrico, nessuno meglio di voi può giudicare con cognizione di causa la (triste) storia energetica del nostro Paese. Compreso l’acquisto a caro prezzo di elettricità prodotta da centrali nucleari perfino vecchie e pericolose (SuperPhoenix) a 200 km dai nostri confini. La soluzione peraltro non immediata ci sarebbe, tornare al nucleare oggi più pulito e sicuro. Ma un popolo che conta oltre 6 milioni di no-vax potrà mai essere tanto ragionevole? Domanda retorica con risposta evidente. Unica egoistica consolazione: ho quasi 79 anni e l’argomento mi sfiora soltanto, non avendo purtroppo figli.

  3. Carlo Sidoli ha detto:

    Cari amici, è noto che se il metano lo estraggono dall’altra parte del Mediterraneo non c’è subsidenza del suolo. Se poi si facessero piccole centrali nucleari del tipo di quelle programmate in Gran Bretagna avremmo i “noNuc” con tanto di maglietta indossata sopra quelle “noTav, noVax, noMask, noTap” eccetera.

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