Auto

Gen 25 RICORDO DELL’AVVOCATO

Da leggere oggi due articoli sul quotidiano Domani, uno di Giorgio Meletti e uno di Andrea Malan.

La memoria selettiva sulle promesse e i soldi della Fiat
ANDREA MALAN
Il ventennale dalla scomparsa dell’avvocato Gianni Agnelli è stato ricordato dal nipote John Elkann con una intervista stereo ai giornali di famiglia, La Repubblica e La Stampa; la minuziosa rievocazione parla del passato soprattutto per spiegare (e giustificare) il presente e per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Con una memoria piuttosto corta e selettiva, come dimostra almeno un paio di esempi.
Alla domanda se la famiglia Agnelli abbia abbandonato Torino, Elkann risponde che «il piano [Stellantis] di investimenti di cinque miliardi per l’Italia è il più grande di tutta la nostra storia ed ha permesso a Mirafiori di essere uno stabilimento all’avanguardia nel mondo».
Il piano di investimenti da cinque miliardi di euro (per ora sulla carta) non è il più grande della storia Fiat: nel 2010 Sergio Marchionne annunciò «20 miliardi di euro di investimenti in cinque anni» nel piano Fabbrica Italia, poi smontato in pochi anni tra crisi di mercato e dispute sindacali. Nuovo piano nel 2018: cinque miliardi per l’Italia «entro il 2022». I cinque miliardi di euro di cui parla Elkann stavolta sono meno dei 6,4 miliardi di dividendi incassati tra il 2019 e il 2021 dai soci FCA, di cui circa due sono andati alla Exor degli Agnelli (metà della somma è stata erogata ai soci FCA da Stellantis nel 2021). Le cedole venivano in gran parte da due operazioni: la cessione della Magneti Marelli – maggior produttore italiano di componenti per auto – a un fondo d’investimenti americano; e la rinuncia al controllo su FCA nella fusione con Stellantis (gli azionisti ex-Peugeot hanno la maggioranza in consiglio d’amministrazione); due mosse che non sembrano segnali di un impegno incrollabile verso il business storico e la città dove è nato il gruppo Fiat. I cinque miliardi di investimenti citati da Elkann si possono anche confrontare con i parecchi miliardi che Fiat ha risparmiato sul costo del lavoro grazie ai contributi statali erogati nell’arco di vent’anni sotto forma di cassa integrazione. Un calcolo pubblicato sul Sole 24 Ore stimava quasi due miliardi di euro 10 anni fa, ben prima del Covid; senza di essi, più di una fabbrica italiana di Fiat avrebbe già chiuso.
Cassa integrazione e riduzione d’organico continuano con la gestione Stellantis: oltre 4mila tagli solo nel 2021 e altri nel 2022, sia pure concordati coi sindacati. Fra gli stabilimenti colpiti c’è proprio quello storico di Mirafiori, che solo con occhiali rosa può essere definito «all’avanguardia nel mondo». Le decine di migliaia di dipendenti si sono ridotti a poche migliaia; si può dire che di tutte le aziende familiari dell’auto – da Ford a BMW, da Volkswagen a Toyota, nessuna ha lasciato deperire così tanto la fabbrica che più si identifica con la storia dell’azienda. Il baricentro di FCA si era spostato oltre Atlantico con l’operazione Chrysler, mentre la fusione con Peugeot in Stellantis ha ridato più peso all’Europa; peccato che la testa pensante del gruppo e il grosso della ricerca sui prodotti del futuro per l’Europa siano ormai a Parigi.
La «violenza» delle banche
Il sasso più grosso che Elkann si toglie nell’intervista risale a vent’anni fa: secondo il presidente di Stellantis le banche non avrebbero sostenuto la famiglia ai tempi della grande crisi. «Il sistema bancario e finanziario italiano, che da sempre aveva beneficiato della Fiat, in quel momento non ci ha sostenuto. Una vera e propria violenza, aumentata con la scomparsa di mio zio Umberto nel 2004». A parte la curiosità che desta l’impiego del termine «violenza», la memoria di Elkann è sicuramente selettiva. A beneficio dei lettori più giovani ricordiamo che nel 2002, con la Fiat in grave crisi e un governo Berlusconi indifferente se non ostile, le banche (italiane e straniere) intervennero con un prestito convertibile da tre miliardi di euro. Le condizioni del prestito avrebbero permesso alle banche stesse di prendere alla scadenza il controllo della Fiat, se questa non fosse stata in grado di restituire i fondi. Prima e dopo la morte dell’avvocato nel gennaio 2003, voci di cessione del gruppo e di spezzatini vari si susseguirono per mesi; dopo la scomparsa del fratello Umberto nel maggio 2004 e l’arrivo di Sergio Marchionne al Lingotto, la famiglia – guidata da un John Elkann allora 29enne – riuscì a conservare il controllo di Fiat nel 2005 con una manovra finanziaria spericolata (e che adesso sarebbe vietata): stipulò in segreto un equity swap con la banca americana Merrill Lynch che permise alla finanziaria Ifil degli Agnelli di acquistare titoli Fiat a prezzi convenienti e al tempo stesso di aggirare l’obbligo di Opa. Per la mancata comunicazione al mercato due dirigenti del gruppo – Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens – furono sanzionati dalla Consob.

L’insegnamento dell’Avvocato al nipote Elkann: il capitalismo è soprattutto un affare di famiglia
GIORGIO MELETTI
La beatificazione dell’avvocato Gianni Agnelli nel ventennale della morte è finalmente culminata nella fluviale intervista del suo erede, il nipote John Elkann, ai due giornali di cui è proprietario, Repubblica e Stampa. Il fatto che non vedremo mai simili interviste sull’altro importante giornale di cui Elkann è padrone, l’Economist, ci dice già molto sul triste declino italiano. Come pure spiega tante cose lo spensierato indulgere in una celebrazione del nonno del tutto priva non solo di elementi critici, ma addirittura del sia pur minimo contributo informativo. C’è un’Italia che si chiede se davvero l’uomo che ha dominato il paese per mezzo secolo fosse tutto questo genio e se un po’ dei problemi economici in cui siamo impantanati non sia da ricondurre a errori e responsabilità di quella generazione di condottieri del capitalismo. E lui risponde che invece va tutto meravigliosamente bene e quindi dobbiamo essere grati all’Avvocato. Lo dice davvero: «Il sistema ha rivelato una forte vitalità. Per il capitalismo familiare legato al territorio, che è grande parte del nostro tessuto economico, il ventennio che abbiamo alle spalle è stato positivo e ha saputo generare realtà made in Italy leader nel mondo».
C’è di positivo nel modo di raccontarsi di Elkann la totale assenza di ipocrisia. Non finge di dedicarsi al culto della responsabilità sociale dell’impresa, non finge di preoccuparsi della sorte dei suoi simili, dei suoi operai o della comunità nazionale. Per lui quello che conta è il successo suo e della sua famiglia, nella perpetuazione ostinata delle ossessioni di suo nonno che aveva come obiettivo non il benessere generale ma l’arricchimento personale, all’interno di una unica preoccupazione, la continuità dinastica.
Ci vuole coraggio
Ecco che all’improvviso gli fanno la domanda birichina su sua madre, Margherita Agnelli, unica figlia sopravvissuta all’Avvocato dopo il suicidio del primogenito Edoardo, che fa causa al figlio John, dopo averla fatta a sua madre Marella Caracciolo, perché contesta la divisione ereditaria del padre. Il punto sollevato è se per caso Gianni Agnelli non abbia sbagliato qualcosa nel dettare le disposizioni testamentarie finalizzate a dare a uno e uno solo, John Elkann, il comando su una famiglia numerosissima. Qualche leggerezza? «Per nulla. Anzi, lui nelle sue disposizioni ha seguito lo schema che aveva già tracciato suo nonno». Ciò che ha fatto il trisnonno è per definizione la cosa giusta, ed è con questa cultura da vecchia aristocrazia terriera che la famiglia Agnelli da decenni insegna agli italiani a vivere. I nonni sono grandi maestri, si sa. Ma da un nonno come Gianni Agnelli, che per mezzo secolo ha fatto e disfatto a suo piacimento ciò che voleva in Italia, usando le casse dello stato come bancomat per finanziare le sue aziende e quindi anche i suoi profitti, uno si potrebbe aspettare qualche dritta più sagace della media. Invece niente. Da lui il nipote ha imparato che «ciò che conta è andare avanti, non fermarsi. L’ottimismo di mio nonno nasceva dalla fiducia nell’individuo e nella sua libertà. Così io penso che con la libertà e l’impegno si può costruire il futuro». E mica è finita. Ecco la vera perla di saggezza: «Il vero insegnamento che il nonno ci ha trasmesso è l’invito ad affrontare le tempeste con coraggio e responsabilità».
Il racconto cerca di farsi avvincente. «Nel ‘45, con la scomparsa del senatore Agnelli subito dopo la guerra, tutto ciò in cui mio nonno aveva creduto è crollato. Lui, suo fratello, le sorelle e i cugini si trovarono davanti a una scelta radicale, impegnarsi nell’azienda o tirarsi fuori. Ci voleva coraggio, in quei momenti, ma scelsero l’impegno e continuarono». Ce ne voleva tanto di coraggio, soprattutto per il fratello, Umberto, che aveva 11 anni, mentre l’Avvocato, che di anni ne aveva 24, aspettò in realtà fino al 1966 per impegnarsi nell’azienda, impegnando il suo ventennio ruggente in un’inesausta attività di playboy internazionale che è stata la vera base della sua leggenda. Sarà che la storia la scrivono sempre i vincitori ma non dev’essere bello per i disoccupati e i cassintegrati Fiat sentirsi dire dal padrone che le cose non sono mai andate così bene. Guai a dirgli che forse l’industria dell’auto in
Italia non c’è più. Perché lui, essendo padrone anche dei giornali, oltre che di quello che resta della Fiat, ha l’ultima parola: «Se confrontiamo l’azienda del 2003 e quella di oggi vediamo che i ricavi passano da 22 miliardi a 130, i modelli di auto prodotti allora, che impegnavano 49 mila persone, erano 22, per 4 marchi; oggi 280mila persone producono oltre 100 modelli per 14 marchi». La magia è servita. Si prende la Fiat già boccheggiante lasciata dal nonno e la si confronta con l’attuale gruppo Stellantis, in cui è stata fusa la Fiat insieme alla Chrysler, alla Citroen e alla Peugeot. Solo che tutti questi numeroni sono fuori dall’Italia. Nell’operazione Elkann ha salvaguardato solo la sua ricchezza personale. Nel frattempo a Mirafiori, fabbrica simbolo dell’auto italiana, si fanno ormai solo più meno di 100 mila auto all’anno, un terzo di quelle che si fabbricavano nel 2003.
La Fiat era allora il quinto costruttore di auto al mondo, oggi in Italia si fanno meno di 700 mila auto all’anno, un terzo di quante se ne facevano 30 anni fa. Siamo il ventesimo produttore di auto al mondo, superati anche da Thailandia, Turchia e Indonesia, ed Elkann però è felice: «Siamo il più grosso azionista di Stellantis, io sono il presidente esecutivo».
Beffa finale: questo fondersi in un grande gruppo mondiale e sparire dall’Italia secondo il nipote è il coronamento del sogno del nonno: «Siamo andati nella direzione che già mio nonno aveva intrapreso». Detto di un uomo che per tutta la vita ha ostacolato i suoi manager che cercavano integrazioni internazionali (loro sì che vedevano il futuro) perché non voleva perdere il controllo della ditta che gli aveva lasciato il nonno.

Una replica a “RICORDO DELL’AVVOCATO”

  1. enzo buscemi ha detto:

    Credo che la memoria dell’intervistato, vacilli. Non ha fatto cenno ai miliardi trasferiti all’estero .Ne ha accennato solo De Bortoli sul Corriere di oggi.Ma delle corposissime ‘esportazioni’ di capitali, in partenza da Torino, la stampa italiana,anche negli anni passati, non ha mai scritto. E’ stato ignorato che la vedova dell’avvocato, da sempre residente in Italia, figurasse invece in Svizzera .Di conseguenza, sconosciuta all’agenzia delle imposte. E ,del contenzioso dell’eredità,.oggetto di penose dispute familiari, si è completamente dimenticato il pagamento della successine. E l’accertamento della maggior parte dl malloppo che, tanto per cambiare, sta oltre frontiera.E ci sarebbe ancora tanto da denunciare.Fiat, già dagli Anni 40,è stata mantenuta dallo Stato. Sarebbe ora di tirar fuori i famosi sceletri e chiedere restituzioni e risarcimenti.

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