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Dic 05 UN RICORDO DI PATRICK TAMBAY

di Paolo Ciccarone

Mai sopra le righe, mai una parola di troppo. Sempre gentile e rispettoso. Che Patrick Tambay fosse un pilota di F.1 in un’epoca in cui il prototipo del campione era esattamente il contrario, oggi fa specie. Non aveva storie segrete, non era un donnaiolo alla James Hunt. Non era un temerario alla Gilles Villeneuve. Non era e basta. Era solo Patrick Tambay, un campione di sci prestato all’automobilismo per quel suo talento naturale, poco sviluppato artificialmente. Quel saper tenere in mano un volante e saper usare la testa in un periodo storico dove, in caso contrario, il non uso portava a conseguenze devastanti. È morto a 73 anni, malato da anni della sindrome di Parkinson, eppure nonostante questa patologia, restava sempre disponibile e amabile, come lo era stato in pista. I ricordi si perdono nel tempo, in una storia intrecciata con quella di Gilles Villeneuve, il canadese volante della Ferrari, l’emblema del rischio, del trascinamento delle folle, dell’improvvisazione al volante e nella vita. Eppure con Gilles andava d’accordo. Al pari di Reneé Arnoux, con quale ha diviso la Ferrari nel 1983 in quello che poteva essere il suo anno ma non fu. La storia di Tambay e Villeneuve si intreccia e parte da quel 1977, in cui la Marlboro aveva assegnato la terza McLaren a dei ragazzi di talento. Per dirne una, non solo Gilles Villeneuve a Silverstone ma anche Tambay. E Piquet, Giacomelli e via così in una alternanza di giovani che lo sponsor tabacchifero voleva promuovere, ovvero quando non era solo mettere una etichetta su una carrozzeria a fare la differenza. Gilles e quel 1982, l’anno in cui la F.1 scrisse una delle pagine più nere e incredibili della sua storia. Tambay e quel 1982, anno in cui tutto sembrava possibile. A rileggere oggi quelle pagine, storia adesso, cronaca all’epoca, si intravede una mano del destino che unirà diverse storie in un crescendo di dolore e rimpianti. Il Tambay dell’anno prima, quello della Theodore Racing, del contratto in cinese rifiutato, l’intervento di Bernie Ecclestone, il logo Marlboro ricordo di quell’estate del 1977. Le lotte intestine fra i costruttori (Ferrari e Renault da un lato, inglesi o garagisti dall’altro, come li chiamava Enzo Ferrari). Lo sciopero di Kyalami, la separazione e i boicottaggi. La corsa di Imola col suo risultato nefasto in casa Ferrari e il tragico epilogo di due settimane dopo in Belgio. Gilles Villeneuve che diventa leggenda e quell’abitacolo della rossa numero 27 da riempire. Una scelta difficile, anche alla luce di quanto accaduto in quelle due settimane fra Imola e Zolder. E la scelta: Patrick Tambay al volante della Ferrari di Gilles. Un atto di rispetto, verso il canadese e la sua famiglia, amica di Patrick. Una responsabilità enorme. E poi Hockenheim, l’incidente di Pironi e la Ferrari devastata da un altro dramma e tutto sulle spalle di Tambay. Che a quel punto del campionato poteva ancora vincerlo, rendere giustizia alla miglior macchina del mondiale, quella maledetta C2, e vendicare l’affronto subito da Gilles a Imola. Invece no, quelle spalle erano troppo fragili, anche fisicamente, per sopportare un peso simile. E la stagione finì fra rimpianti, momento di gloria, appassionati in attesa di un riscatto. Che improvviso arriva proprio a Imola, 1983. Pole position, vittoria sulla numero 27 dopo l’uscita di Patrese alle Acque Minerali. L’ovazione del pubblico che rivedere quella rossa e sente quel filo conduttore che 12 mesi prima si era spezzato proprio lì. Il sabato, nella corsia dei box, col casco in mano, lui cammina sereno. Da un lato Giorgio Terruzzi, giovane inviato del quotidiano Il Giorno, dall’altro il vostro cronista capitato quasi per caso in quel frangente. E lui risponde sereno, quasi scusandosi di trovarsi in un posto ambito ma mai realmente sognato. E il fine stagione, le partenze al palo bruciate: “Ha la sindrome del semaforo” fu il verdetto inappellabile di Enzo Ferrari, che a fine stagione ringraziò Patrick per l’impegno profuso, prese Michele Alboreto, il sogno segreto che per motivi di contratto non potè liberarsi prima. E con l’appoggio Philip Morris, la “pensione” dorata alla Renault in un finale di carriera che non ebbe più i fasti dei due anni in rosso. Da quel momento Tambay è stato un ex, Ferrarista, pilota, ex amico di Gilles. Ma sempre gentile, disponibile, sereno, il prototipo di quello che non sarebbe mai stato un pilota di F.1 di quel tempo, ma capace di meritare rispetto e devozione, restando sempre con quell’aria umile di chi sapeva che, forse, quell’occasione non l’avrebbe meritata mai senza i nefasti episodi che lo portarono in quell’abitacolo. E così, 40 anni dopo, Patrick Tambay, nonostante tutto, è rimasto l’ex pilota della Ferrari: di Lola, Renault, Theodore, McLaren, si sono perse le tracce. E’ rimasto quell’amico di Gilles Villeneuve, quello delle grigliate serali nel motorhome parcheggiato a lato del paddock, quello di un amico di famiglia che ha cercato di fare del suo meglio per non far rimpiangere il mito. Riuscendoci con la sua classe, educazione e umiltà.

Una replica a “UN RICORDO DI PATRICK TAMBAY”

  1. ALBERTO ALQUATI ha detto:

    Gentile Paolo, grazie per questo tuo articolo che racconta così bene quegli anni epici e allo stasso tempo drammatici che la Formula 1 viveva insieme a noi, che ne facevamo parte. Io ho un ricordo personale di Tambay che nulla ha da vedere con il paddock o le piste di F1 nei quali incrociavamo i nostri destini lavorativi, ma che è allo stesso tempo simpatico e sicuramente originale. Io ed un mio amico ci stavamo recando al Paul Ricard per il GP di Francia ’85 e ci siamo fermati ad una stazione di servizio in Francia. Nella pausa “pipi time” ci fu un black out elettrico alla toilette ed il mio amico, notorialmente un guascone doc, alla ricomparsa della luce, riconobbe Tambay e disse: ” Albertone anche Patrick fa la pipi come noi…”. Mi ricordo il suo sorriso e la sua simpatica reazione che scaturì in una sua risata ed dopo in un sincero reciproco saluto. Poca cosa per lui, ma tanta per noi, che oltre a lavorare, avevamo simpatie ed antipatie nel paddock della F1 di allora.

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